Il Mistero della Pietra Azzurra

La Resurrezione di Atlantide
*
By Antares


L’aria era pervasa di un silenzio irreale, turbata appena da qualche rara folata di vento che a stento smuoveva la sua ciocca di capelli rossi, del colore delle lingue di fuoco, che danzava sulla sua fronte stuzzicandogli le ciglia. Sbatteva forte gli occhi non solo per il lieve disturbo da essa provocato, ma per abituare la vista all’atmosfera così strana e inquietante in cui era immerso. Sembrava che da ogni punto intorno a lui provenisse della luce, non forte come quella del Sole a cui era abituato, ma più soffusa, eppure lo costringeva a frizzare gli occhi per non restare abbagliato. Provò a voltare lo sguardo attorno a sé, ma non vide nulla. Strade, case, animali, persone… tutto era come scomparso, cancellato dalla mano di un artista superiore. Signore di quel mondo ai limiti della comprensione era l’azzurro, così terso, puro, da credere che non fosse vero. Lo cingeva da ogni lato, quasi a proteggerlo in un abbraccio. Il ragazzo era solo in questa sconfinata distesa simile al mare. Stava ritto, cercando di capire se non come fosse entrato in quella bolla di “niente”, o come uscirne, almeno cosa realmente fosse. Guardò i suoi piedi, ed ebbe un ulteriore sussulto: erano sospesi nel vuoto, anzi no, era lui a esserlo. Tentò di muovere un passo in avanti, combattuto tra l’irrefrenabile desiderio di sapere e la paura di cadere, di finire nel nulla. Mosse il destro, e fu sollevato nell’appurare che poteva camminare senza problemi, quasi ci fosse sotto di lui una lastra di vetro. Animato da una parvenza di coraggio, continuò ad andare avanti, prima lentamente, poi a velocità sempre maggiore, finché la sua non divenne una corsa sfrenata.

“Jean!”

Il ragazzo si fermò di botto, e dimenò la testa in tutte le direzioni per capire da dove provenisse la voce.

“Jean!”

Ancora una volta il suo nome risuonò, riempiendo quell’aere di vibrazioni, come una pietra lanciata in uno stagno dapprima calmo. Era una voce lontana, misteriosa: gli sembrava di averla già sentita, ma non ricordava dove, non ricordava quando… Il tono era calmo, ma deciso, di chi ha intenzione di dire a una persona qualcosa di molto importante, ma senza spaventarla. Dei tanti raggi di luce che lo circondavano, molti, impossibile dire quanti, confluirono all’unisono, in maniera simile a uno stormo di uccelli, verso un punto davanti a lui, poco alla sua sinistra, dove vide un giovane. Riusciva bene a distinguere la sua sagoma, ma la distanza non gli permetteva di capire null’altro, così scattò verso di lui. Egli rimaneva immobile, come se non si accorgesse dell’altro ragazzo che gli veniva incontro, come se non sentisse i suoi passi… Man mano che lo spazio tra loro si riduceva i suoi lineamenti apparivano chiari: aveva la pelle scura; fu la prima cosa che saltò all’occhio, perché era di spalle, e il ragazzo che correva poteva scorrere tutta la sua schiena, nuda. Era snello, longilineo, e abbastanza alto. In vita aveva un panno color crema, che lo copriva fino a metà coscia, e non indossava scarpe. I polsi erano ornati da bracciali, che riflettevano, nella loro aurea bellezza, i raggi luminosi. I capelli erano neri, neri come la pece, e anch’essi sfavillavano, ondeggianti ai colpi di una leggera brezza. Quando il ragazzo credette di averlo raggiunto, avvertì un colpo di vento più forte, che per riflesso gli fece chiudere gli occhi, e quando li riaprì il giovane dalla pelle scura era sparito. Girandosi di scatto, lo vide poco distante da lui, e di nuovo si diresse verso di lui, ma ancora una volta gli sfuggì come un cerbiatto.

“Jean!”

“Chi sei? Cosa vuoi da me?”

“Jean, Nadia…”

Con le ultime energie si lanciò ancora contro di lui, mentre questo gli ripeteva il suo nome. Per l’ennesima volta, lo vide avvicinarsi, avvicinarsi ancora, finché non riuscì ad afferrarlo ad una spalla. Il fiatone gli impediva di fargli domande, ma egli lo prevenne, voltandosi di scatto e fissandolo con i suoi occhi, così penetranti, decisi e allo stesso tempo inconsolatamente tristi: erano verdi, come le mille facce di uno smeraldo, come i meravigliosi occhi di una persona che conosceva bene… Sì, si convinceva, proprio come i suoi.

“Nadia… Nadia è in pericolo.”

Jean si svegliò di soprassalto, balzando a sedere in una frazione di secondo. Era madido di sudore, e il fiatone lasciato in sogno lo aveva seguito anche al risveglio.

“Ancora quel sogno…”

Jean si portò una mano sul viso, focalizzando le parole del ragazzo misterioso che da quasi un mese lo stavano tormentando.

“Nadia è in pericolo…”

Il suo sguardo istintivamente andò dalle coperte sgualcite, che aveva martorizzato durante il sonno agitato, alla scrivania dall’altro lato della stanza, un massiccio tavolo, che aveva costruito da sé chissà quanto tempo prima, dove era solito scrivere ogni settimana una lettera a Nadia. Buttò le gambe al di fuori del letto, per cercare le pantofole; le trovò dopo qualche tentativo, con la mente sempre di più intenta a decifrare lo strano sogno. Si alzò, e a passi posati si spinse fino al tavolo, poggiandovi entrambe le mani e reggendosi su di esse.

“Ormai è un mese che non mi scrive più… quel sogno poi non fa che mettermi in agitazione… è diventato ricorrente, non può essere soltanto un frutto della mia immaginazione…”

Rimase in quella posizione per lunghissimi secondi, chinando anche la testa, come un fedele davanti ad un altare. Dalla finestra, priva di imposte, entrava luce in abbondanza, che inondava la scarna stanza; il mobilio era quantomeno frugale, costruito anch’esso da Jean, e composto da un armadio, dal letto massiccio, il comodino a lato e una libreria assolutamente sproporzionata al resto: occupava un intero lato corto della camera, più una buona metà di uno lungo. Ad un angolo del secretaire dominava un piccolo portafotografie di legno chiaro, con al suo interno una foto sbiadita di una ragazza di cui si distinguevano soltanto i capelli neri. Accanto erano disposte in pila, una sull’altra, numerose lettere, tutte recanti il timbro postale di Londra. Jean prese la prima del mucchio: portava la data del 30 agosto 1892.



Ciao Jean,

come va da te in Francia? Spero che tu non dedichi troppo tempo alle tue solite invenzioni… che tra l’altro nella maggior parte dei casi si rompono subito. Io sono finalmente riuscita a trovare una sistemazione per King: ora vive presso una famiglia amica del mio datore di lavoro, a poca distanza da Londra. Sento molto la sua mancanza, ma davvero non potevo tenere un leone in città, ti pare? Sento anche la tua mancanza, Jean, e spero tanto di rivederti prima possibile… qui al giornale cerco di darmi da fare, anche se non mi tengono in considerazione più di tanto, come sai. Ora ti lascio, domani ho una giornata faticosa e non voglio alzarmi già stanca. Ciao, a presto!
Con affetto

Nadia



“Pensare che questa lettera è tutto ciò che mi rimane di lei, ora…”
Jean era immobile, e stringeva il pezzo di carta tra le mani. Lo guardava a fondo, come se dovesse prendere da esso le risposte alle domande che gli frullavano nel cervello. Perché Nadia non si era fatta più sentire? Era ancora a Londra oppure no? Cosa le era successo? D’un tratto Jean alzò la testa, lasciando trasparire dai suoi occhi azzurro cielo una nuova risolutezza. Con la velocità di un lampo afferrò i suoi vestiti abituali, una camicia bianca che aderiva quasi come una seconda pelle al suo fisico, solo da poco tempo sviluppato come quello di un uomo, e un pantalone blu, e dopo averli indossati si fiondò fuori dalla stanza. Attraversò in un solo scatto il corridoio e le scale, costruite in modo che potessero all’occorrenza muoversi da sole, ma anche questa era finita nel novero delle invenzioni inutili e pericolose invise a Nadia. Scese nella grande sala al pian terreno della sua casa di Le Havre: un architetto avrebbe detto in base al progetto che quello avrebbe dovuto essere un salotto, ma Jean l’aveva ideato e realizzato come una grande officina, in cui sarebbe nato l’aereo capace di volare. Volare per davvero, e non di tracciare nell’aria brevi planate o peggio ancora solo patetici balzi. Circa la metà dell’androne era occupata dal progetto che nei mesi precedenti lo aveva appassionato: l’ Etoile de la Seine numero 14, una specie di grossa scialuppa a cui era stato montato un motore, delle ali fatte di stoffa tenuta insieme da una montatura rigida in ferro, ma cava per alleggerire la struttura, e di tutte quante le attrezzature che gli avrebbero permesso di librarsi in aria. Almeno in teoria. Spalancò il robusto portone, e si gettò lungo la stradina di campagna, una pista appena tracciata sul terreno, che si distingueva dai campi circostanti per il solo fatto di essere priva d’erba, diretto verso la poco distante casa dei suoi zii. Gli unici parenti che aveva, dopo la tragica morte del padre, ormai lontana più di dieci anni. Erano tutta la sua famiglia, i soli su cui sapeva di poter contare. Ai suoi fianchi si spiegava, morbida, la campagna francese. I campi di grano, orzo, si alternavano ad altri di cavoli, carote, e tante altri frutti della terra, tanto generosa in quelle zone. Delle pennellate di oro scintillante al sole si fondevano alle verdi distese, ora scure come muschio, ora limpide e lucenti come le acque di un mare esotico, e tutte erano disposte in armonia in quel paradiso della natura. Era questa la campagna nei pressi di Le Havre come appariva agli occhi di Nadia, e Jean non riusciva a non pensare a lei, ancora di più, ammirando il paesaggio che tanto la inebriava. Assorto nei suoi pensieri, si rese conto di essere giunto a destinazione solo un secondo prima di sbattere contro la porta della casa degli zii. Quasi la scardinò, e si lanciò verso la donna, coperta da un grembiule già bianco di suo, e completamente sporco di farina, affaccendata nel preparare il pane, che lo guardò con occhi da fiera, rabbiosi e acuminati.

“Jean! Santo cielo, cosa ci fai qui a quest’ora del mattino?”

“Zia! Mi servono soldi… devo partire… devo andare… a Londra… subito…”

Jean le spiegò del sogno, del ragazzo misterioso, della sua amica in pericolo, ma ottenne soltanto di peggiorare l’umore della donna, che evidentemente era scesa dal letto con la luna storta; poi di fronte ad una simile richiesta, assurda e per giunta di primo mattino, divenne letteralmente furiosa.

“Ma sei diventato matto? Per andare a Londra servono 300 franchi! E come se non bastasse, hai già dilapidato quasi tutta l’eredità lasciata da tuo padre in quelle tue folli invenzioni! Ah, sono anni che ti faccio sempre la solita predica, e ormai mi sono stancata di ripeterti sempre le solite cose! Sei padronissimo di bruciare quel poco che ancora ti resta, ma non chiedermi denaro per stupidaggini simili, basate sul… niente!”

“Zia, non è una stupidaggine! Ne sono sicuro, lo sento. Nadia è in pericolo, è da qualche parte che sta aspettando il mio aiuto, e devo raggiungerla al più presto!”

“Ora basta!”

La donna gli stampò sulla guancia sinistra uno schiaffo che per un momento lo lasciò intontito, oltre a coprirgli un lato della faccia di farina bianca. Jean si portò una mano al viso, per poi stringerla a pugno al tocco della parte colpita, arrossata come un pezzo di carne viva.

“D’accordo.”

La voce del giovane era inusitatamente calma e decisa. Non era mai stata così, e ciò non acquietava di certo la zia. Si voltò, e senza dire una parola uscì con la stessa veemenza con la quale era entrato un minuto prima.

“Dove vai? Jean, torna subito qui!”

Jean si lasciava gli strepiti dell’odiata zia alle spalle, comprendendo quanto fittizie fossero state le belle speranze che aveva nutrito prima. Certo, chiedere una forte somma solo in base ad un sogno faceva supporre che la risposta sarebbe stata negativa, ragionandoci sopra a mente più lucida capii che ella non aveva tutti i torti… Ma sapeva che doveva andare, che non si sbagliava, che Nadia aveva davvero bisogno di lui.

“L’aereo.”

Fu una folgorazione. L’Etoile de la Seine, certo, con quello sarebbe riuscito ad arrivare fino in Inghilterra. Mentre stava tornando a casa sua, deciso sul da farsi, si sentì bloccare da una mano ossuta, e quando si voltò vide i lunghi baffi marroni dello zio che sibilavano accanto alle sue orecchie.

“Jean, ragazzo mio, cosa ti sei messo in testa?”

“Zio Pierre, se hai sentito, sai già quello che devo fare.”

“Ma anche ammesso che tu abbia ragione, come ci arrivi fin laggiù? Se quella megera di mia moglie non è disposta a passarti nulla, come pensi…”

Non ebbe bisogno di chiederlo: ci arrivò un attimo dopo aver formulato la domanda, mentre stava parlando, tant’è che si bloccò e fissò Jean a occhi sgranati.

“L’aereo… tu vuoi andarci con l’aereo! Non farlo, Jean, è una pazzia, e lo sai anche tu!”
”Ti sbagli! L’Etoile de la Seine vola benissimo, l’ho già collaudato e non mi ha dato nessun problema.”

“Già, ma con quel trabiccolo non ci hai percorso più di ottanta chilometri! Come fai ad essere sicuro che reggerà ad un viaggio tanto lungo?”

“Semplice.” Sorrise spavaldo Jean, “Non lo sono.”

“E tu affronteresti un rischio così alto… per un sogno?”

“Non è per il sogno. È per Nadia.”

Al nome della ragazza anche lo zio si concesse una smorfia, conscio del fatto che nulla avrebbe potuto fare o dire per cambiare idea al ragazzo.

“D’accordo, brutto pazzo. Allora cerchiamo di rinforzare più possibile ogni punto critico dell’aereo, e preghiamo che il Signore ti assista.”

I due si misero di buona lena ad armeggiare sul velivolo, per sostituire ogni pezzo che sembrava usurato o troppo vecchi, per rinforzare ogni bullone svitato, per eliminare tutto quello che non era utile, al fine di rendere ancora più leggero il mezzo, nella speranza di assicurargli maggiore stabilità e autonomia. Le ore del mattino scorsero via rapide come l’acqua di un torrente, e quando, esaminando meticolosamente l’aereo, si dichiararono soddisfatti della revisione, era da poco passato mezzogiorno.

“Jean, se sei convinto di quello che fai, devi partire ora. Il motore anche così non può sviluppare una velocità relativamente alta. Al massimo del regime puoi arrivare a Londra entro circa tre ore, forse quattro… se la fortuna ti assiste.”

“Grazie zio. Senza di te non ce l’avrei fatta.”

I due si abbracciarono, tenendosi stretti: l’uomo prese uno zaino, e lo consegnò a Jean.

“Jean, qui ci sono delle provviste. Nel caso andassi in panne, e tentassi un atterraggio di fortuna da qualche parte, anche dal nostro lato della Manica… non avrai il problema del cibo, per un po’. E poi…” Lo zio rovistò nella tasca dell’abito coperto dall’uniforme scura da lavoro, segnata da lunghe scie di grasso e olio per motori, e tirò fuori delle banconote, porgendole al ragazzo.

“Non è molto, sai è quello che sono riuscito a mettere da parte di nascosto da tua zia, ma credo che in questo momento servano più a te che a me.

“Zio Pierre, io…”

I suoi occhi si stavano riempiendo di lacrime: non c’erano parole che potessero esprimere quel concetto meglio di esse.

“Lascia stare. Ora sali, io ti apro la strada.”

Jean saltò a bordo del particolare aereo. Lo zio una volta assicurato che fosse pronto a rollare, diede un forte strattone alla corda penzolante vicino alla porta. Immediatamente tutta la casa fu scossa da un tremito, come se un terremoto la buttasse giù dal promontorio dove era arroccata. La facciata, davanti al muso dell’aereo, cominciò lentamente a schiudersi, quasi fosse un’unica, grande porta. Le due immense ante scricchiolavano, raggiungendo poco a poco la loro massima apertura. Jean controllò gli indicatori della pressione dell’olio, del carburante, del sistema di raffreddamento: tutto perfettamente nella norma. Il frastuono assordante impediva ai due di comunicare anche gridando, così lo zio Pierre fece animosi gesti a braccia per incitarlo a partire. Tirò a sé la levetta di avviamento del motore, che aumentò progressivamente i giri. L’elica sul muso vorticava sempre più velocemente, lanciando sul pilota diversi sbuffi di aria calda che gli ricordarono di calarsi sugli occhi gli ingombranti occhialoni da pilota. Il difficile fu sistemarli sopra quelli che abitualmente portava; sembravano ricavati dal fondo di un bicchiere, tale era il diametro delle lenti. Almeno, la montatura era sottile e li rendeva leggeri. Jean stava ancora armeggiando con gli occhiali quando l’Etoile cominciò a muoversi, uscendo dalla casa-hangar. Ebbe appena il tempo di salutare lo zio con un largo cenno della mano, prima che allontanandosi uscisse fuori dalla vista. Afferrò saldamente la cloche, che sobbalzava assieme a tutto l’aereo. Esso stava scendendo come un missile verso la casa degli zii, utilizzando la stradina come un pista. Le buche che a piedi non davano alcun fastidio ora determinavano violenti scossoni, e Jean al posto di comando era sballottolato da ogni parte, con quanta più forza tanto più era profonda la buca.

“Dai, più veloce… ancora… ancora un po’… adesso!”

Jean tirò la cloche inarcando tutta la schiena, ma l’aereo non voleva saperne di decollare, e si limitò ad alzare di pochi centimetri il muso. Il ragazzo lasciò i comandi, e vide che la casa era sempre più vicina davanti a lui: ancora poche decine di metri e vi sarebbe andato contro. Si riaggrappò disperatamente alla barra e la strattonò nuovamente.

“Avanti! Decolla!”

Il velivolo si staccò da terra appena al limitare dello steccato, e con la punta di un’ala ne divelse un pezzo. Rimase così inclinato per un breve tratto, prima di ritrovare un assetto stabile. La zia di Jean era nel frattempo uscita di casa, richiamata dal frastuono del mezzo che scendeva di gran carriera. Rimase senza parole, alla vista del nipote che si allontanava sempre più verso Nord, e a nulla valsero i suoi ultimi strepiti isterici.

Al di sotto di Jean la Francia stava rapidamente scorrendo via; dopo poco si trovò fra due cieli: sopra di lui, quello terso, azzurro, che lo accompagnava già prima, sotto, le acque cristalline del canale della Manica. Entrambi erano tersi, trasparenti, davano la sensazione che nulla potesse turbare la loro pace. Jean si girò, per dare un ultimo sguardo alla costa patria, prima di puntare al massimo della velocità verso l’Inghilterra, e verso Nadia. Volava bassissimo, tenendosi a pelo d’acqua, appena pochi centimetri sopra i dorsi dei pesci che guizzavano attorno all’aeroplano. Non c’era pericolo di pioggia, e solo allora si rese conto che aveva trascurato una variabile importante: se avesse trovato una tempesta lungo la strada, l’Etoile sicuramente non avrebbe retto e sarebbe precipitato in acqua. Trascorse le ore chino sugli strumenti, sempre timoroso che da un momento all’altro qualcosa potesse rompersi.

“Per la prima volta una mia invenzione funziona alla perfezione. Appena incontrerò Nadia sarà la prima cosa che le dirò, così vedremo se avrà ancora da ridire sul mio genio.”

Questi erano i pensieri di Jean in vista del Southdown, estremo lembo meridionale delle isole britanniche; immaginava con quanti e quali particolari avrebbe raccontato della sua traversata, il viaggio più lungo mai compiuto da una sua invenzione, ma fu bruscamente interrotto da uno scoppio. Per un attimo gli si oscurò la vista, e solo grazie a una provvidenziale folata di vento si rese conto di cosa era successo: nella fusoliera si era aperto uno squarcio da cui fuoriuscivano, minacciose, delle lingue di fuoco, sibilanti come serpenti, e un consistente pennacchio di fumo nero.

Buttò istintivamente l’occhio al contagiri; il motore perdeva potenza, e anche la pressione dell’olio stava scendendo. Comprese subito che sarebbe precipitato. La costa inglese era a sole poche centinaia di metri, ma sembrava che fossero lontane da lui interi chilometri. Volle tenersi basso sull’acqua, ma sbagliò la manovra e l’intero carrello finì sott’acqua, strappato via a causa della velocità sostenuta. Perse del tutto stabilità, e diede vita a un pericoloso balletto, che in ogni momento poteva terminare in tragedia. Le punte delle ali picchiavano una dopo l’altra sulla superficie. Intraprese una lotta con la cloche, che per quanti sforzi facesse schizzava nella direzione opposta da quella in cui la spingeva. L’aereo a dopo ogni urto perdeva intere lastre dalla copertura delle ali, in coda, e dietro l’elica. Disperatamente lo tirò su di qualche palmo, lottando con le continue e progressive perdite di potenza.

“Forza… resisti un po’… solo un altro po’…”

Jean accarezzava gli indicatori impazziti come dei gatti. Ora la spiaggia era più vicina, mancava poco, ma un’ altra esplosione lo paralizzò. L’elica era saltata via, e del motore non rimanevano che rottami fumanti. L’aereo rallentò fin quasi a fermarsi, prima che un soffio di brezza marina non gonfiasse le membrane delle ali e gli facesse compiere gli ultimi, faticosi metri, in volo planato.

“Bene! Se il vento tiene un altro solo minuto, ce la farò.”

Il vento non solo tenne, ma aumentò di intensità, così che Jean dovette di nuovo tornare a mantener salda la cloche per non far cadere il muso del velivolo, o quello che ne rimaneva, in acqua. Gli sembrò un miracolo tornare a vedere della terra sotto di lui, un raro lembo di sabbia ocra tra due bastioni di roccia che si estendevano fin quasi a coprire i lati dell’orizzonte. In un attimo artigliò lo zaino alle sue spalle e con un balzò si gettò fuori dall’aereo, finendo a rotoloni sulla spiaggia. L’Etoile volò per tutto il resto della costa, fino a schiantarsi contro una quercia; Jean si avvicinò alla carcassa, superando le basse dune con le gambe ancora malferme per lo spavento, e si fermò, davanti a quello che era stato un aeroplano, come a fissarlo indelebilmente nel ricordo.

“Grazie, Etoile de la Seine n. 14, sapevo che non mi avresti tradito. E ora,” disse, lasciandosi alle spalle l’ultima sua disastrata invenzione, « andiamo a cercare Nadia. ».





“Finalmente!” esultò tra sé Jean, stiracchiandosi per quanto gli concedeva l’esiguo spazio a bordo della navetta che lo aveva portato da Brighton a Londra. Era stata una fortuna trovare un mezzo che lo portasse fino a destinazione, ma non aveva considerato lo stupore che un ragazzo sporco di sabbia, grasso, affumicato come un salmone, e per di più con un forte accento francese, poteva far nascere nella semplice folla della bassa Inghilterra che condivideva con lui il tragitto. L’unico momento in cui trovò rifugio dagli sguardi curiosi fu quando, vinto dalla spossatezza, si addormentò. Al suo risveglio dando una fugace occhiata al di là del finestrino, notò i palazzi squadrati della metropoli londinese, generalmente tutti bianchi, o comunque chiari, uno addossato all’altro in una sorta di abbraccio per proteggersi dal freddo. la fermata a cui sarebbe dovuto scendere era già passata; in quel momento Jean si adirò con se stesso per essere rimasto nelle braccia di Morfeo tanto a lungo, ma continuare a prendersela con se stesso non serviva a niente, tanto più che l’autobus si era fermato, e il conducente con voce tonante incitava i passeggeri a scendere, annunciando la piazza di George III Square. Appena fuori inspirò l’aria di quella città così attiva e caotica. Era diversissima da quella che respirava ogni giorno dalla sua finestra sulle dolci distese di Le Havre: lì sentiva distintamente il puzzo dei gas di scarico delle automobili, prodigio della tecnica che stava saturando non solo il mercato ma anche l’atmosfera; l’odore pungente del cuoio e della polvere sollevata dalle carrozze di passaggio, le sole vetture che riuscivano a essere più ingombranti e scomode delle auto; e poi i mille odori dei negozi, il profumo dei panettieri, gli effluvi delle rosticcerie, l’aroma delle decantate sale da tè, punto d’incontro della Londra bene. Jean si sentiva quasi perso in un mondo così diverso dal suo, per tempi, modi di fare e di essere, ma si impose di non ragionare come un qualsiasi turista spendaccione, e di dedicarsi al solo scopo che lo aveva spinto oltremanica: cercare Nadia. Camminando lungo gli ampi viali cittadini cominciava a porsi dei dubbi: e se non ci fosse stato nessun problema, se si fosse immaginato davvero tutto lui, se il suo martellante sogno fosse solo il frutto della sua incontenibile voglia di rincontrare Nadia? Già, Nadia… non c’era giorno che non pensasse a lei, al suo sorriso, alla sua voce gentile che mutava negli strilli di un arpia se si cercava di farle mangiare della carne o del pesce, i “cadaveri di poveri animali uccisi dalla barbarie dell’uomo”, come le definiva pittoricamente lei… ai suoi occhi, due smeraldi che brillavano di luce propria, in un corpo d’ebano levigato e lucente come quello di una statua. No, non poteva essere un errore. Poteva sbagliare su tutto, e le sue “creazioni tecniche” lo dimostravano, ma non su di lei. Non sul pezzo di cuore che aveva protetto fin dal loro primo incontro a Parigi, tre anni prima, e per cui non avrebbe esitato a sacrificare la sua stessa vita…

Sfilò dalla tasca la lettera che aveva letto per l’ultima volta poche ore prima, e ne lesse il mittente: Harvington Road, 411.

“Harvington Road… già, è una parola, come ci arrivo? Bè, proviamo a chiedere in giro…”

Ma stranamente tutti quelli che avvicinava per chiedere informazioni, facevano spallucce, borbottavano qualcosa o più semplicemente si limitavano a tirare diritto. Erano le cinque, e molti inglesi dal doppiopetto grigio e dalla bombetta scura bel calcata in testa sciamavano in massa nei pub per gustare il rito quotidiano della tazza di tè. Jean entrò in quello che gli era più vicino, al lato della strada che stava scorrendo a questo punto da più di un’ora. Il locale dall’esterno sembrava più grande: la spaziosa vetrina, composta da lastre di vetro verde scuro, che occupava tre metri almeno della facciata, lasciava immaginare che la stanza all’interno rispecchiasse la maestosità suggerita. Invece era poco più di un corridoio, lungo e stretto, al punto che due uomini facevano molta fatica a passare contemporaneamente, e in quell’ora di punta gli “intasamenti” tra gentiluomini assetati erano frequenti.

“Scusate,” interruppe timido Jean, sfoggiando un inglese non proprio impeccabile, “sapreste indicarmi la via più breve per Harvington Road?” Silenzio. Da alcune panche, in fondo al locale, provenivano risatine ironiche, mentre i più vicini al ragazzo eludevano i suoi occhi con qualche colpo di tosse forzato, o volgendo lo sguardo fuori dalla finestra.

“Vi prego, avrei bisogno di un’indicazione per trovare Harvington Road.” Jean provò a fare qualche passo, scorrendo a lato dei tavoli, ma nessuno sembrò mostrargli attenzione, e dopo quel minuto di fama concesso allo straniero con l’orribile accento, gli astanti si immersero nelle loro abitudinarie conversazioni. Sconsolato, Jean si diresse verso l’uscita, quando si sentì tirare per un polso e fu trascinato a sedere. A cingerlo, un ragazzo giovane pressappoco quanto lui, ma che stonava in quel bar old- fashioned come un mulo in un allevamento di stalloni di razza. Aveva la pelle appena più chiara del color cioccolato, una corporatura esile, da quello che si poteva intravedere nella lisa maglia marrone che indossava, una corta barba nera e una corona di capelli dello stesso colore, quasi avvolti a spirale su se stessi. Jean fu sconvolto alla vista dello strano personaggio, e ancor di più lo divenne quando lo sentii parlare in perfetto francese, quando dava per certo che fosse di chissà quale paese africano o asiatico.

“Lascia perdere questi tizi, amico mio, non ti aiuteranno mai.”

“Conosci la mia lingua?”

“Guardali… tutti casa e lavoro, lavoro e casa, senza mai un momento di riposo… non sanno godersi la vita, ecco come la penso io.”

“Ma tu chi sei?”

“Già, non mi ero ancora presentato. Il mio nome è Menjor, vengo da Cuba. E tu invece come ti chiami?”

“Jean. Jean-Luc Lartigue.”

Menjor emise una grassa risata, più che altro un gorgheggio somigliante al raglio di un asino.

“Che… che c’è ora?”

“Guarda quello… ha inciampato mentre usciva e ha sbattuto la testa contro il telaio della porta! Che mazzata che ha preso!”

Continuò a sbellicarsi senza sosta mentre l’uomo che si era fatto male usciva massaggiandosi la fronte contusa, e Jean poté vedere che i clienti non si curavano di lui, segno che era un tipo conosciuto in quel posto, e che finché pagava il suo tè poteva ridere quanto gli pareva.

“Anche tu però mi sembri parecchio legato… dai, non vorrai ridurti come questa massa di ippopotami, per caso?”

“No,” fece Jean abbozzando un sorriso, “è che sto pensando a come arrivare a questa maledetta strada, visto che nessuno mi aiuta.”

“Sai che ti dico? Oggi sei fortunato, perché si dà il caso che io conosca perfettamente dov’è questa strada… a proposito come hai detto che si chiama?”

“Harvington Road… si chiama Harvington Road. Davvero sai dov’è?”

“Certo. Però prima offrimi qualcosa da bere. Sai, senza un po’ d’alcol le mie rotelle non girano.”

Menjor chiamò il cameriere del pub, a cui ordinò un doppio whisky con ghiaccio. Quando però Jean per pagare cacciò dei franchi francesi, l’ipertricotico ragazzo lo strattonò per un polsino della camicia: “Potevi dirlo subito che non avevi sterline… queste iene se adocchiano il pollo straniero farcito di soldi sta’ sicuro che lo spennano e lo mettono in forno in meno di dieci minuti.”

Si scolò d’un fiato il superalcolico e per nulla turbato si trascinò con sé Jean fuori dal locale, spiegandogli un po’ a gesti e un po’ in un discorso del tutto privo di un filo logico dove si trovasse Harvington Road.

“Ti ringrazio, Menjor. Senza di te penso che starei ancora a girare per Londra come un fesso.”

“Non preoccuparti. Magari se ci rincontreremo potrai contraccambiarmi il favore.”

“Certo.” Salutò Jean allontanandosi rapidamente, preoccupato di arrivare a destinazione prima che il sole tramontasse del tutto.

“Certo, Jean, ci rincontreremo presto, prima di quanto tu immagini…” e lo strano tipo sparì tra l’oscurità dei vicoli.





“408… 409… 410 e 411! Eccoci qua.” Jean si fermò davanti ad un’anonima palazzina di uno squallido quartierino londinese. Malridotta, con molte delle imposte pericolanti o già cadute, gli angoli divorati dalla muffa, la residenza di Nadia non si mostrava come una tra fastosa reggia, ma per una ragazza spinta dalla fame d’indipendenza e per giunta senza nessuna referenza da sbandierare ai datori di lavoro, quella sistemazione era già molto. Già, fu proprio quel desiderio di essere autonoma, di non dipendere dall’aiuto di nessuno, che la aveva spinta a rifiutare la proposta di Jean di rimanere in Francia con lui, dopo l’esperienza con Argo, che aveva radicalmente cambiato la vita di entrambi, e l’aveva portata a tentare la fortuna in Inghilterra, come fattorina prima e aiuto redattrice poi. Tirato un lungo respiro il ragazzo entrò nello squallido edificio, constatando che l’interno era se non altro in perfetto pendant con l’immagine che dava dalla strada: quella che doveva essere una reception si presentava come un angolo più macilento degli altri. Il bancone del portiere era roso dai tarli, e lo stesso si poteva dire per il retrostante scaffale, contenente le sparute chiavi delle stanze dell’albergo. Non si vedeva nessuno, ma in compenso si sentiva provenire dai piani superiori una colorita gamma di suoni e voci, dalle urla sconclusionate di un ubriaco fino ai gemiti più o meno sommessi di coppiette in amore… e inoltre l’aria non era poi tanto migliore di quella che si respirava al centro della città; lì era un crogiuolo di polveri e gas di scarico, nell’edificio invece c’era un tanfo ai limiti della sopportazione, una curiosa mistura di sudore, sporcizia, e marciume di vario tipo. Comunque Jean si impose di resistere all’odore, e sbirciando di qua e di là chiamò a gran voce il portiere. Dopo molti tentativi comparve al bancone un donnone dai capelli tanto lunghi quanto opachi, con il giro vita di un barile, che premeva spietatamente sui bottoni della poco femminile giacca che indossava.

“Bè? Desidera?”

“Salve, stavo cercando Nadia… è una ragazza di pelle scura, capelli neri, occhi chiari… so che abita qui, io sono un suo amico e volevo salutarla.”

La voce della portiera al nome di Nadia si inasprì: “Ah, così sei un amico di quella pazza! Sappi che la tua amica è da venti giorni che non si fa più viva, e ha lasciato da pagare l’affitto del mese scorso!”

Jean fu scosso da un brivido che gli scese lungo la schiena: non si era sbagliato, purtroppo. Era successo qualcosa.

“In che senso non si fa più viva, vuol dire che non è più tornata in albergo?”

“Sì, te l’ho appena detto! A proposito, visto che tu sei un suo amico, credo che il minimo che tu possa fare è pagare il suo conto.”

“E se pago l’affitto, posso salire a dare un’occhiata alla sua camera?”

La padrona tergiversò un po’, ma di fronte al denaro prontamente sbattuto sul bancone, cambiò idea. Prese la chiave della stanza, la numero 16, e fece strada al ragazzo lungo la malsicura scalinata che conduceva al piano superiore.

“Ecco, questa è la camera dov’è stata fino a qualche giorno fa. L’ha anche lasciata in disordine, la tua amica, ma se pensa che io metterò a posto questo macello si sbaglia di grosso.”

Jean si intrufolò nella piccola stanza che faceva a Nadia da casa; non poté non rimanere stupito e allo stesso tempo spaventato dal bailamme di carte sparso per il pavimento, dall’armadio spalancato, dai vestiti gettati a terra e i cassetti menati per aria.”

“Signora, lei quindi non ha più messo mano in questa stanza da quando Nadia se n’è andata?”

“Certo. Lei ha combinato il casino, e lei lo rimetterà a posto.”

“E non crede che possa essere entrato qualcuno invece, che magari cercava qualcosa e per questo può aver messo a soqquadro tutto?”

“Senti, ragazzo, quella tua amica sta qui da un anno o forse più, e che io sappia non ha mai avuto il becco di un quattrino. Cosa avrebbe potuto rubare un ladro qua dentro?”

“Gia… che cosa…?” rimuginò tra sé Jean, sistemando alla meglio le bozze degli articoli di Nadia. Ne lesse qualcuna: magari aveva pubblicato qualche articolo “scomodo”, che aveva dato fastidio a qualcuno di poco raccomandabile… ma scartò subito quest’ipotesi, dato che per la maggior parte non erano articoli suoi, ma semplicemente delle brutte copie di suoi colleghi che lei evidentemente doveva correggere da errori di ortografia. Ben pochi portavano la sua firma, ed erano tutti di importanza marginale. Si sollevò in piedi, dopo aver raccolto tutti gli articoli. La giunonica signora gli ordinò di lasciare la stanza, ma data l’ora tarda, le chiese di poter passare una notte nell’albergo, proprio nella camera di Nadia. Non fu facile convincerla a parole, ma ormai Jean conosceva la chiave per renderla accondiscendente: altri venti franchi, e la proprietaria si accomiatò da lui ostentando cortesia, e ricordandogli che la cena era pronta alle otto in punto. Jean sfruttò il tempo a disposizione per analizzare, esplorare palmo a palmo quelle quattro mura, in cerca di un indizio, di qualsiasi cosa che potesse fargli capire che fine aveva fatto e perché se n’era andata in quel modo, senza dire nulla a nessuno. Niente. Assolutamente niente, solo qualche vestito, tanti ritagli di giornale e un cofanetto di profumi, unico vezzo che si concedeva in quella vita di forzata austerità.

A cena Jean toccò appena cibo, certo non molto stimolato dalla cucina inglese, ma perché afflitto dal pensiero di non sapere cosa fare, dove cercare. Una volta a letto gli fu naturale pensare che in quel giaciglio aveva dormito tante e tante volte anche lei, e questo gliela faceva sentire più vicina. Accese una candela sul comodino a fianco e prese per l’ennesima volta l’ultima lettera che aveva spedito. La loro corrispondenza li aveva tenuti uniti nonostante la lontananza, e da quando ella la aveva interrotta, a Jean sembrò sempre di avere un qualcosa in meno.

“Ciao Jean, come va da te in Francia? Andava bene, prima che tu decidessi di sparire nel nulla!” Leggeva e contemporaneamente pensava ad alta voce, disteso lungo sul letto senza nemmeno essersi cambiato. In effetti, la sua decisione di partire era maturata tanto rapidamente che non aveva pensato neppure a un ricambio di vestiti da portare.

“Spero che tu non dedichi troppo tempo alle tue invenzioni… che tra l’altro si rompono subito. E chi l’ha detto? Con il mio aereo sono arrivato fin qui, e si è guastato solo alla fine del viaggio… Io sono finalmente riuscita a trovare una sistemazione per King… già, King, mi chiedo come faccia a stare senza di lui ora. Sono convinto che le è dispiaciuto di più separarsi da lui che da me, ah, ma quando la rivedo…”

Ebbe un idea folgorante! “Certo! King! Lui è senz’altro in grado di trovare Nadia! Non sarà un cane da tartufo, ma sono sicuro che si ricorda l’odore della padrona. Sì, funzionerà di certo!”





L’idea che qualcuno, dei ladri quasi sicuramente, si fossero introdotti nell’appartamento lo tenne sveglio per buona parte della notte e lo accompagnò lungo la mattina seguente. Non era da Nadia lasciare tutte le sue cose in quello stato, buttate alla rinfusa per ogni dove. Sembrava anzi che qualcuno fosse entrato, avesse frugato dappertutto proprio per cercare qualcosa. Nadia però possedeva lo stretto necessario per vivere, certo non gioielli o altra roba preziosa. Però… nulla da fare, quel pensiero proprio non lo scacciava. E poi il modo con cui era stato avvertito del pericolo, il sogno ricorrente del ragazzo di colore… era tutto troppo strano. Jean fu interrotto lungo il filo dei suoi pensieri dalla voce della solita donnona, di cui intanto aveva scoperto il nome, Mrs. Wallan, che gli urlava di scendere dalla macchina. Era arrivato a destinazione, la tenuta della famiglia Glair. Dalla signora Wallan aveva saputo che era qui che Nadia aveva trovato dopo lunghe ricerche qualcuno che fosse disposto a prendersi cura del suo King, e, naturalmente dietro un modico compenso, si era offerta di accompagnarlo; era a circa 15-20 chilometri dalla periferia di Londra. Un viaggio che avrebbe potuto sostenere anche a piedi, vista la cifra che aveva sborsato. La tenuta non era molto estesa, ad occhio una decina di acri, per la porzione che Jean poteva vedere dal vialetto d’accesso alla casa padronale. Contigua all’abitazione era la stalla, poco più piccola della prima, dove trovavano rifugio i buoi necessari all’aratura dei campi circostanti, e, unico segno della modernizzazione, un piccolo trattore, lasciato all’esterno a giacere inutilizzato da molto tempo, dallo strato di ruggine rossastra che lo ricopriva quasi interamente. Arrivato alla porta bussò una prima volta, ma non ebbe alcuna risposta. Tentò una seconda e una terza volta, con intensità maggiore, ma il risultato non cambiò. L’unica spiegazione possibile era che i due coniugi fossero entrambi al lavoro nei campi. Jean si diede un’occhiata attorno: di loro nessuna traccia, almeno nella zona antistante alla casa. Si diresse quindi verso la stalla, dato che non vi erano passaggi che conducessero dall’altra parte. Superò le grandi porte, due tavole fatte di assi di legno bucherellate legate tra di loro, che i padroni avevano lasciate semichiuse, e vide che quanto aveva pensato corrispondeva a verità: l’altro lato della stalla era aperto, mentre ai lati erano tenuti gli animali, mucche, qualche capra e due paia di cavalli.

“Signor Glair? È in casa?” Jean avanzò di poco, accarezzando uno dei cavalli che allungava il muso verso di lui, leccandogli una mano.

“Ciao, bello. Cosa cerchi, non ho nulla addosso.” Si fece ripagare almeno strofinandogli il collo. Il cavallo mostrò di gradire la coccola, ma ad un tratto voltò il muso verso la porta dove il ragazzo era entrato, e cominciò a scalciare e a nitrire come impazzito.

“Calma… cosa ti succede?”

Jean fece appena in tempo a voltarsi in quella direzione prima di essere sbattuto violentemente a terra. Il misterioso assalitore lo teneva fisso a terra in una morsa d’acciaio; riusciva a bloccargli sia braccia che gambe con il suo peso. Era come avere addosso un macigno. Il suo fiato gli torturava il viso: era un fetore indescrivibile, impensabile che fosse un essere umano ad averlo. Poi si decise ad aprire gli occhi: non era stato un uomo a fargli quella brutta improvvisata, bensì un animale troppo cresciuto.

“King!” solo in quel momento si ricordò che il cucciolo da lui conosciuto ormai non esisteva più, e al suo posto c’era un bestione da un quintale con una forza tremenda e un alito da fogna. Il suo manto era simile alle sconfinate distese della savana, e i suoi occhi rotondi risplendevano della luce del sole equatoriale. Altro che gatto troppo cresciuto: si ritrovava di fronte un pezzo dell’Africa selvaggia.

“King, non mi riconosci? Sono io, Jean!” aveva paura che non lo riconoscesse, dopo tre anni di lontananza, e lo considerasse alla pari di una succosa colazione. Per sua fortuna il leone si limitò a lavargli la faccia con una generosa leccata e a fargli scivolare gli occhiali dal naso, per poi lasciarlo libero e deriderlo con uno sbadiglio che sapeva di uno sfottò.

“Sembra che dovrò cominciare a rispettarti sul serio, mio caro King.” Mentre gli grattava la testa, sentii dei passi pesanti alle sue spalle, e nel girarsi vide un uomo sporco di terra fino alla cintola, con un rastrello sulla spalla, che lo guardava a bocca aperta, mostrando i denti, gialli uno per uno.

“E tu chi diavolo sei?”

“E’ lei il signor Glair?”

“Sì, sono io…”

“Piacere di conoscerla. Il mio nome è Jean-Luc Lartigue, e avrei bisogno di parlare con lei.”

Mezz’ora più tardi sedeva al tavolo del salotto buono di casa Glair, con una tazza di tè fumante e un invitante vassoio di biscotti fatti in casa. Davanti a lui, Mrs. Glair, una arzilla signora sulla cinquantina, dall’aria benevola, non proprio magrissima, con un sorriso che avrebbe reso accondiscendente chiunque.

“Ti prego ti perdonare mio marito, lui è un po’ burbero, specie con gli sconosciuti.”

“Non si preoccupi, signora, anzi vogliate scusare me che sono piombato in casa vostra senza preavviso, ma avevo una certa urgenza.”
Jean dalla fluida parlantina della donna venne a sapere che aveva conosciuto Nadia un mese prima, quando si era recata a Londra per vendere i propri prodotti. Nadia aveva fatto scorta da lei di ogni genere alimentare che fosse esclusivamente vegetale, pressoché svuotandogli il bancone. Sempre con lei si era sfogata del suo problema di non riuscire a trovare un luogo dove lasciare King, visto che tenerlo nel minuscolo appartamento equivaleva a farlo morire d’inedia e la padrona era arrivata a minacciarla di sfratto. Fu la stessa Glair a quel punto a offrirsi di dargli ospitalità, sfidando le ire del marito che temeva che divorasse i suoi animali. Preoccupazione infondata, perché Nadia con due paroline ben assestate convinse il leone ad mangiare solo quello che gli veniva dato, e a non allenare le sue capacità predatorie con il bestiame della fattoria.

“Così tu sei un suo amico. Sai, Nadia mi ha fatto subito una buonissima impressione. E poi era disperata, non riusciva a trovare qualcuno che si prendesse cura della sua bestiola da nessuna parte. Una ragazza così gentile, così a modo… So che lavora per un giornale, ma è un po’ di tempo che non la sento. Sai se sta bene, se ha bisogno di qualcosa…?”

Jean glissò l’accenno a King come semplice “bestiola”, e inoltre preferì non parlare del mulinello di preoccupazioni che aveva in testa, e tergiversò sparando la prima panzana che gli sovvenne.

“Sì… non si preoccupi, Nadia sta benissimo… è che mi ha chiesto di venire a prendere King. Sa, non riesce a sopportare più di essergli lontana.”

“Poteva venire lei stessa a prenderlo. Le dissi che sarebbe stata la benvenuta, sempre, che anzi mi avrebbe fatto piacere passare qualche giorno in sua compagnia. Come mai non è venuta? Ha avuto dei problemi?”

“No, non si preoccupi, è soltanto che è molto indietro col lavoro, così ha mandato me. Sa, sta facendo carriera nel giornale, e spesso fa gli straordinari.”

“Capisco. In questo caso, te lo affido.”

All’uscita da casa Glair, dopo aver abbondantemente salutato la loquace signora – “Salutatemi tanto la cara Nadia”, era quello che ripeté fin quando la strana coppia non sparì dal suo sguardo – Jean non riuscì a vincere la tentazione di montare sulla schiena di King; rimase però di sasso ad una occhiata non proprio amichevole mentre aveva già alzato una gamba sopra il suo dorso.

“D’accordo, d’accordo… come non detto.”

Erano senz’altro finiti i tempi in cui si poteva allontanare King lanciandolo via per la coda, pensò amaramente Jean.

“Visto che non vuoi farmi risparmiare la scarpinata fino a Londra, almeno renditi utile: ecco, annusa questo.”

Jean porse all’animale uno dei foulard di Nadia, che aveva preso in “prestito” la notte precedente.

“King, ho bisogno del tuo aiuto. Trova Nadia, ti prego. Sei il solo che può farcela.”

Un altro si sarebbe stupito alla reazione dell’animale, ma Jean non lo fece. Sapeva fin troppo bene che quel leone era in qualche modo in grado di capire quello che gli si diceva, così quando cominciò a correre alla disperata attraverso le coltivazioni, il ragazzo si limitò a seguirlo senza pensarci troppo su. King per istinto si apriva la strada attraverso i fitti ammassi di spighe ad una velocità fulminea, ma Jean nonostante la qualità del suo battistrada faceva molta fatica a stargli dietro almeno quanto bastava per non perderlo di vista.

“Almeno in mezzo ai campi King non spaventerà nessuno.” Sì, ma non tenne conto dei proprietari dei campi, che vedevano un ragazzo dall’aria stravolta che correva a perdifiato dietro ad un qualcosa che non si distingueva bene, ma con sicurezza si poteva dire che stava distruggendo tutto quello che incontrava. Le fucilate non tardarono ad arrivare, accompagnate ai più coloriti elenchi di insulti che uomo potesse immaginare. Fu sorprendente notare come questo fu sufficiente per mettere le ali ai piedi di Jean, che si ritrovò a fuggire fianco a fianco del leone, che quando si accorse di averlo accanto si girò a guardarlo come incuriosito.

“Scusa se ho fretta, ma credo di avere i creditori alle calcagna!”

La matta corsa dei due durò un’eternità, tanto che nemmeno loro saprebbero dire quanto. Tutto quello che a loro fu chiaro, fu il fermarsi, completamente distrutti, sull’argine di un canale che scorreva a mezza portata. Jean si lasciò crollare a terra, esausto nel corpo almeno quanto nello spirito. Il sole picchiava inesorabile sulla sua fronte, e a nulla valse farsi un po’ di ombra sugli occhi, per non rimanere intontito dal riverbero. Anche King risentiva della maratona fuori programma. I leoni sono animali potenti e agili, ma la durata sulla lunga distanza non è certo il loro pezzo forte, e anzi lui si era dimostrato ben più resistente di molti suoi simili. Lo stomaco del ragazzo si lamentava ruggendo, forse perché voleva entrare in competizione con l’ugola di King, fece mestamente Jean. Si tolse dalle spalle il petreo zaino che gli gravava addosso da tutta la mattinata, e lo scaricò a terra. L’avrebbe sicuramente gettato alle ortiche ore prima, se non avesse contenuto quello che in un tale frangente, era di gran lunga ben più prezioso di denaro, oro e gioielli: pane, formaggio, delle scatolette, qualche pezzo di carne e soprattutto dell’acqua.

“Hai fame?” gli occhioni luccicanti del leone valevano certo come la migliore delle risposte. Jean gli getto una buona parte di quello che aveva; tanto non sarebbe riuscito a mangiare tutte le scorte che si era portato, e in ogni caso la possibilità di ritrovare Nadia dipendeva esclusivamente da lui.

King non si fece pregare, e divorò avidamente quel poco cibo che Jean aveva diviso con lui, per poi bere un po’ d’acqua versata in una piccola buca del terreno. I due si spostarono un centinaio di metri più giù, seguendo il corso dell’acqua, sotto l’ombra provvidenziale di una quercia. Si concessero appena un’ora di riposo, giusto quanto bastava per recuperare le energie, e poi di nuovo di corsa questa volta nell’avvallamento creato dal canale, nella speranza di non incocciare più un villico troppo su di giri. Se non altro non ebbero ulteriori incontri ravvicinati con i contadini del posto, ma la ricerca si stava facendo estenuante. Solo dopo un folle viaggio in aereo e un altrettanto folle galoppata nelle campagne dell’hinterland londinese Jean realizzò quello che non aveva voluto ammettere, e nemmeno pensare, fin dall’inizio: che non aveva la più pallida idea di dove cercare Nadia, nemmeno un briciolo di indizio che lo direzionasse sulla retta via. Finora aveva seguito il leone convinto che sapesse dove andare, che sentisse in qualche maniera che la padrona era vicina, ma probabilmente stava solo correndo dietro all’odore di una mucca, o una pecora. Eppure sembrava convinto di quello che faceva, lo intuiva da come sbatteva la coda, raspava una zolla qui e là… Ma scosse la testa, sfiduciato.

“Devo essere diventato matto. Ora pendo dalle labbra puzzolenti di un animale per scoprire dove è andata a finire Nadia. Anzi, dal suo naso! Roba da matti…”

Fino al crepuscolo continuarono ad ispezionare le rete di canali della zona, ma non con la massacrante andatura del primo pomeriggio, bensì a passo di marcia, sebbene sostenuta. Sceso il sole, che colorava di mille e mille sfumature rosate le eteree nubi che cavalcavano il cielo dall’orizzonte fino alla sua volta, arrivarono davanti a un impianto di pompaggio dell’acqua. Si alimentava da uno dei fiumi del posto, forse dallo stesso Tamigi, o da un suo dannato affluente. Adiacente al macchinario vi era un bugigattolo, una minuscola cabina di controllo, larga pochi metri quadrati, ma sufficiente per Jean e King.

“Vieni, King. Passeremo la notte qui. Poi, domani, vedremo sul da farsi.” Trovare Nadia era sempre la prima delle sue preoccupazioni, ma cominciava a valutare che forse buttarsi alla disperata, senza un piano preciso, uno straccio di indicazione, non poteva condurre che a niente. Ci avrebbe dormito sopra, tanto si sa che la notte porta consiglio. O almeno, era quanto sperava. Era riuscito a trovare una coperta: almeno questa la tenne per sé, visto che la pelliccia di King era molto più efficiente, e non aveva bisogno d’altro per stare al caldo. L’estate stava rapidamente lasciando l’Inghilterra, e alla sera la temperatura scendeva considerevolmente. Non che fosse davvero freddo, ma l’escursione termica poteva giocare un brutto scherzo alla salute, e Jean aveva già abbastanza problemi così, senza doversi misurare con un potente raffreddore.





Entrambi si addormentarono in breve tempo; King era senza dubbio il più spossato dei due, e se ne stava raggomitolato a un passo dal ragazzo, che si teneva caldo per quanto poteva, semisdraiato sul pavimento. Jean ringraziò di cuore il suo sonno leggero, magari aiutato dalla scomoda posizione, che lo fece ridestare al rumore di passi sommessi, che sembravano dirigersi verso la baracca. Nell’ombra, scivolò alle spalle dell’uscio, stringendo un pezzo di tubo, la cosa più minacciosa che aveva reperito. Attese di scoprire se con la sua intuizione aveva visto giusto, contando gli affannosi respiri del suo corpo uno ad uno. Dopo lunghi, interminabili attimi, la porta si aprì lentamente, emettendo un tetro cigolio. King non diede adito a segni di agitazione che ne turbassero il sonno, così il visitatore penetrò all’interno, incuriosito dalla familiare sagoma che vi intravedeva.

“Ma tu sei…” ebbe appena la possibilità di sospirare con un filo di voce, prima che Jean lo cingesse con una fulminea presa al collo. I suoi muscoli si tendevano fino allo spasimo nell’impedirgli ogni movimento, ma l’estraneo lo sorprese, spostandogli il piede dove bilanciava il peso del corpo con il proprio, curvando in avanti il busto e scaraventandolo sulle pareti di lamiera utilizzando la sua stessa forza. Jean si rimise in piedi all’istante, gettandosi incontro allo sconosciuto senza dargli il tempo di schivarlo, e sbattendolo contro la porta. King si era svegliato di soprassalto, emettendo un gorgoglio basso; rimase però assolutamente fermo, addirittura non spostandosi dalla posizione a ciambella. Jean afferrò il suo avversario per il collo della giacca, cercando allo stesso tempo di opprimergli la gola. Però… c’era qualcosa che non si aspettava. Premendo il proprio corpo contro il suo, notò che era insolitamente esile, e che davanti era come… morbido. Scacciando a forza il velo di furia che lo aveva pervaso, vide davanti a sé una ragazza sinuosa, in una giacca scucita in più punti che opprimeva le sue forme di donna, una chioma scura che, seppure in disordine, conservava intatta tutta la sua bellezza, e poi la cosa che amava più di tutte: gli occhi, profondi, intensi, espressivi, quegli occhi che lo avevano fatto innamorare al primo sguardo. E che ora, finalmente, fissava:

“Nadia…” sussurrò Jean, allentando la presa.

“Jean… sei tu! Sei proprio tu!” non disse null’altro, ma lo abbracciò, piangendo sulla sua spalla.

“Nadia… non sai come sono felice di vederti. Ma… cosa ti è successo? Perché non scrivevi più? E soprattutto, cosa ci fai qui?”

“Vedi, ci sono delle persone… non so chi, non chiedermelo… che mi stanno dando la caccia. Saranno venti giorni, credo. Non riesco più nemmeno a rendermi conto del tempo che passa. Non mi danno un attimo di tregua, sbucano dappertutto, non mi danno pace!”

Nadia riprese a piangere, un pianto che non era di disperazione, quanto piuttosto di liberazione; ora non era più sola. Poteva contare su Jean, colui che già l’aveva salvata tante volte tempo addietro. Non poteva sperare in un aiuto migliore.

“King!” Si rese conto che non si era sbagliata nel distinguere il suo adorato leone, e corse subito ad abbracciarlo. Da parte sua l’animale ricambiò strofinandosi su di lei, facendo le fusa come un gattone.

“Dove sei stata tutto questo tempo?”

“Te l’ho detto. Sono scappata. Mi sono nascosta prima nella cantina del mio albergo, ma mi hanno trovata subito, così mi sono rifugiata nei bassifondi della città, passando di casa in casa… ma è stato tutto inutile, era come se sapessero dove cercarmi. In seguito ho deciso di lasciare Londra, pensando che magari nelle campagne potessi essere più al sicuro. Ma mi sbagliavo.”

Nadia era abituata fin da piccola a vivere sola, quindi non era la solitudine quella che la spaventava tanto; ma tutte le volte che si era trovata in pericolo c’era stato sempre Jean ad aiutarla, consolarla, e solo vedendolo di nuovo accanto a sé ritrovava un po’ della serenità che le era stata strappata in quei drammatici giorni.

“Mi hanno dato la caccia anche qui, ma fortunatamente solo di notte. Di giorno non osano farsi vedere, forse perché temono che i contadini li vedano, e chiamino aiuto… Giusto poco fa sono riuscita a seminare un loro gruppo, a un chilometro da qui, o forse qualcosa in più… Ti ho attaccato proprio perché credevo fossi uno di loro. Anzi, devo chiederti scusa.”

“Cosa dici? Sono io che dovrei scusarmi, ti ho colta alle spalle senza nemmeno accertarmi di chi fossi. E che ho avuto paura, e ho preferito difendermi. Ti ho riconosciuta solo… bè…”

“Come?”

“Quando ti ho stretta, e ho sentito… insomma…” Inevitabilmente lo sguardo si posò sul seno della ragazza: anch’esso, come King, in tre anni era radicalmente mutato. Le forme solo accennate di una pubescente si erano sviluppate in quelle, floride, di una donna.

Jean alla pallida luce della luna che filtrava tra le lastre di metallo non poteva distinguere il rossore che avvampò sul volto di Nadia, a metà tra la vergogna e la rabbia.

“Non sono più una bambina, cosa credi?” Mise il muso la ragazza, prendendo per sé la coperta di Jean lasciata sul pavimento.

“Io qui sono arrivata prima di te, quindi se permetti la coperta la prendo io.”

“Ecco la solita vecchia Nadia…” concluse tristemente Jean, sistemandosi al fianco di Nadia, appoggiando la schiena alla sua.

“Cerca di dormire, Nadia. Domani cercheremo di capire quello che sta succedendo.”

Dormi, tesoro mio, dormi. Ora che ti ho ritrovata, non ti lascerò più. Non permetterò che ti accada nulla di male. Fu questo l’ultimo pensiero di Jean, prima di ripiombare in un meritato riposo.





I dardi del primo Sole del nuovo giorno squarciavano la fievole barriera dei lastroni di metallo, andando a bersagliare la faccia di Jean. Fu costretto, controvoglia, a lasciare il mondo dei sogni e a riprendere contatto con la realtà. Nel sonno si era spostato sul fianco opposto a quello con cui si era addormentato. Ora era rivolto alla schiena di Nadia. Si mise a sedere, e il desiderio di sfiorarle la pelle scura e perfetta fu troppo forte affinché potesse vincerlo. Al tatto la sua spalla era morbida e piacevolmente tiepida. La carezzava amorevolmente, traendo una sconfinata gioia solo da quel tocco. Il volto era sereno, in netto contrasto con gli avvenimenti che la avevano tormentata. Ma questa non era una novità: anche in passato, Nadia, pur nelle situazioni più difficili nel sonno assumeva un’espressione angelica. Dopotutto, cos’era lei per Jean se non un angelo, il più bello. Il suo. Ritrasse di scatto la mano quando la ragazza si mosse, mettendosi a sedere.

“Scusa, Nadia, non volevo svegliarti.”

Ella però non intese quello che voleva dire Jean, magari per la profondità del sonno in cui era sprofondata. Non che fosse una dormigliona di natura, ma evidentemente le fatiche, anche e soprattutto mentali, a cui si era sottoposta, le pesavano più di quanto lasciasse trasparire. Jean le lasciò apposta tutto il tempo che le serviva per riprendere lucidità e mettere qualcosa sotto i denti, prima di cominciare il suo interrogatorio.

“Nadia, ieri sera eravamo tutti e due stanchi, quindi non ho voluto farti delle domande inutili, ma ora ho bisogno che tu mi dica per filo e per segno quello che è successo.”

“Ti ho già detto che sono stata costretta a fuggire da Londra, no?”

“Sì, lo ricordo. E ricordo anche che hai accennato a molte persone che ti inseguivano, tanto che parevano sbucare da tutte le parti. Quello che volevo sapere è se hai un’idea di chi siano, e di cosa vogliano da te.”
Nadia si raccolse nelle spalle. “Non so che dirti, non ho niente che possa interessare a dei ladri. So solo che è cominciato tutto la sera del 4. Stavo rincasando dal lavoro. Ero quasi arrivata, quando mi si sono parati davanti. Saranno stati dieci, magari quindici, non so, perché me li sono trovati anche alle spalle. Quello che mi ha colpito subito è che prima di attaccarmi, hanno voluto essere sicuri che fossi davvero io: infatti mi hanno chiesto come mi chiamavo.”

“E poi? Cos’è successo?”

“Sono scappata. Volevano bloccarmi cingendomi in gruppo, ma io li ho prevenuti, per fortuna. Sono riuscita a infilarmi in un vicolo, saltando sopra la testa di uno di loro. È da lì che hanno cominciato a inseguirmi. Non mi hanno dato tregua, fino ad oggi, tutte le sere. Avrei voluto tornare a casa, almeno per prendere qualcosa, ma non mi hanno concesso neppure questo.”
Nadia abbassò gli occhi al ruvido pavimento della cabina, lasciando che la frangia di capelli neri le coprisse la fronte, e oscurasse la sua espressione triste. Già la sera prima aveva dato una larga dimostrazione di debolezza, cosa che lei assolutamente odiava. Sin dai tempi in cui lavorava al circo, in Francia, se l’era sempre cavata da sola, almeno fino al momento dell’incontro con Jean. Ma neppure con lui si concedeva di mostrare fragilità troppo spesso. Risollevò la testa solo quando lo sentì ridacchiare sotto i baffi. Cercava di trattenere il riso, ma non ce la faceva.

“E ora cosa hai da ridere a quel modo?”

“Nulla… stavo solo pensando che magari quei tizi ti stavano inseguendo per chiederti di uscire… e forse si saranno offesi a vedersi respinti. Tant’è che ti stanno ancora cercando per farti una proposta galante…”

“Ma bene!” tuonò Nadia balzando in piedi. Si scagliò sul malcapitato Jean come una tigre affamata sulla preda. “Io sono braccata come un’animale, senza cibo, senza un posto dove dormire, e tu che fai? Mi prendi anche in giro?”

“Scusa. Non volevo offenderti. Cercavo solo… di sdrammatizzare un po’.”

“Sei il solito stupido.” Nadia ripropose uno dei suoi numeri migliori: tenere il muso a Jean. Gli voltava la faccia, chiudendo gli occhi, con il piglio di una nobile. Jean si sentiva sempre rimpicciolirsi di fronte a quella dimostrazione di austerità, ma tentò di riallacciare il discorso.

“Nadia, sei sicura di non avere nessun sospetto su chi siano? O di cosa vogliano?”

“Io credevo che fossero semplici malviventi…” sospirò lei girandosi di nuovo e schiudendo le palpebre, che nascondevano un intero universo di luci e colori.

“No, lo escludo. Se fossero davvero dei comuni ladri, non si prenderebbero il disturbo di darti la caccia ogni volta che cala la sera. No, ci deve essere qualcos’altro. Pensaci. Magari avrai li avrai sentiti accennare a qualcosa.”

“Sì, forse… ma non voglio nemmeno pensarci. Non voglio credere che tutto stia… per accadere di nuovo.”

“Tutto cosa, Nadia? Ti prego, se sai qualcosa dilla. Anche un piccolo particolare, qualsiasi cosa può esserci utile nelle situazione in cui stiamo.”

“Jean. Gli uomini che mi stanno inseguendo… sono tutti a volto coperto.”

“Non ti chiedo di descrivermeli, ma almeno di accennare a qualcosa…”

Nadia lo zittì con un cenno della mano. “Sono tutti a volto coperto, e la maschera che indossano la conosco bene. E la conosci anche tu.”

“No… stai scherzando…” Jean riscoprì cosa significasse tremare di paura, temendo che il più orribile dei suoi ricordi riprendesse vita.

“Jean, è la maschera che indossavano gli uomini di Argo.”
Jean si sentì mancare il terreno sotto i piedi. Argo, il nemico di sempre, tornava a minacciarli. Lui, che secoli addietro era stato il primo ministro di Atlantide, braccio destro del capitano Nemo, ossia Elisis, re di Atlantide . Lui, che per la smisurata sete di dominio era entrato in conflitto con Nemo. I due ragazzi, assieme all’equipaggio del Nautilus, da cui erano stati accolti, lo avevano combattuto tenacemente, mettendo a repentaglio la loro stessa vita. Solo dopo durissimi scontri riuscirono a sconfiggerlo, ma pagando un altissimo prezzo: le vite di Venusis e di Nemo, fratello e padre di Nadia, principessa del perduto regno di Atlantide.

“Sei sicura di non sbagliarti?” la voce di Jean era risucchiata dalla paura, che gli contorceva le viscere.

“No, sfortunatamente no. Non potrei mai sbagliarmi su una cosa del genere. Non ho voluto dirtelo subito perché io stessa non volevo crederci. E anche tuttora, mi rifiuto di accettare che Argo sia ancora vivo.”

“Ma è morto sul Noè Rosso! Tu stessa l’hai visto ridursi a una statua di sale, al contatto con il potere della pietra azzurra.”

“È quello che pensavo anch’io. Ma forse non c’è Argo a capeggiarli, forse lo ha sostituito un altro.”

“La situazione per noi non cambia purtroppo. Però… se l’altra volta voleva mettere le mani sulla pietra, ora Argo, o chi per lui, a cosa può mirare?”

La faccia di Nadia si incupì nuovamente. Volse lo sguardo in basso una seconda volta, stringendo forte con le mani l’orlo della giacca, maltrattata durante i giorni di fuga disperata.

“Jean, spesso quegli uomini correndomi dietro, mi urlavano di fermarmi. E talvolta dicevano che dovevo consegnar loro… la pietra.”

“Cosa? Hai ancora con te la pietra azzurra?”

“No! L’ho esaurita per curarti. Fu in quell’occasione che Argo rimase ucciso. O perlomeno è quello che credevo fino a poco tempo fa.”

“Così ancora una volta vogliono la pietra azzurra… tre anni fa gli serviva per dare potenza al Noè Rosso. Chissà ora che quell’astronave è distrutta cosa ha intenzione di farne.”

“Sempre che esista ancora. Dopo essersi esaurita si è trasformata in un semplice sasso, ricordi?”

“Già. E un semplice sasso… può essere dovunque.”

“Che vuoi dire?”

“E’ semplice. Se Argo sta cercando la pietra azzurra, stai pur certa che ha qualcosa in mente. E sinceramente non voglio che lo metta in pratica, qualunque cosa sia.”

“Vuoi dire che dovremmo metterci a cercarla anche noi?”

Jean annuì. La pietra azzurra, bagaglio e fulcro della civiltà atlantidea, che proveniva addirittura dallo spazio, era potenzialmente in grado di distruggere il mondo, se mal utilizzata. Era più che mai necessario recuperarla. Raccogliendo le scarse scorte di cibo che erano rimaste, e litigando con King per costringerlo ad alzarsi, Jean guardò Nadia. Nessuno avrebbe mai pensato che una ragazza come lei, uguale a tante altre ma allo stesso tempo così unica per lui, fosse un’aliena.

“Jean, non te lo avevo ancora chiesto… come hai fatto a sapere ero nei guai? Chi ti ha informato?”
Jean le spiegò il sogno ricorrente che lo aveva accompagnato per un mese circa, scomparendo solo al suo arrivo in Inghilterra. Le parlò del ragazzo in un certo senso simile a lei, con la stessa pelle color cioccolato, gli occhi verdi, e i capelli di un nero molto simile al suo. Nadia alle parole di Jean ebbe un sussulto nell’animo. Si ricordò di un’ombra, un’ombra che per chioma aveva degli stralci di cielo notturno. La teneva per mano, e giocava con lei in un giardino dove i fiori non morivano mai. Fu solo un attimo, prima che Jean la svegliasse dalla trance.

“Nadia, stai bene?”

“Sì, non preoccuparti. Ero solo soprappensiero. Su, ora usciamo da qui.”





“Torno a ripetere che così non risolveremo niente.” Sbuffò Nadia, evitando l’ennesima spiga che stava per schizzarle in un occhio. Jean la precedeva nel fitto campo di grano, aprendo via via un passaggio con l’aiuto di King. Con il suo quintale di peso non aveva difficoltà a tracciare una strada in quell’intrico. Spesso però tossiva, quando uno dei fusti più bassi gli finiva in bocca. In quei casi si sfogava tirando una possente zampata alla pianta colpevole.

“Hai per caso un’idea migliore?”

“Andare dalla polizia non servirà a nulla, e lo sai anche tu!” Nadia teneva le braccia incrociate; seguiva Jean solo per inerzia, non perché fosse convinta della sua proposta.

“Jean, la polizia non può fare nulla contro Argo.”

“Non abbiamo nessun altro a cui chiedere aiuto. Non abbiamo scelta.”

“Credevo che fossi venuto tu ad aiutare me.”

“Già, ma non credevo che i nostri vecchi amici tornassero a farsi vivi. E comunque non ho certo detto che non voglio più aiutarti.”

Jean percorse altri metri nella campagna senza né rivolgere la parola a Nadia, né girarsi.

“Dai, Jean, non dirmi che te la sei presa, stavo solo scherzando.”

Ancora nulla, questa volta Jean sembrava non mandare giù la battutina.

“Jean, andiamo, te la prendi per così poco…”

“Tu ti saresti arrabbiata anche di più, se avessi fatto un viaggio fino a Londra come il mio, e ti fossi data da fare per trovare una ragazza irriconoscente e…”

“Zitto!” Nadia lo troncò a metà della frase, bloccandosi di colpo. Si era messa in tensione, come un felino, prestando orecchio alla più minima vibrazione dell’aria. Jean intanto stava cambiando colore; il rossore, endemico sulle sue guance, invadeva tutto il resto del volto. Avrebbe voluto mettersi a strillare, o ancora meglio, mangiarla con un urlo.

“Nadia, io…” Nulla da fare. Fu zittito di nuovo. Nadia gli chiuse letteralmente la bocca con una mano, e lo fece abbassare in silenzio.

“Non fare rumore, Jean. Sono qui.” Anche King condivideva l’agitazione della padrona. Si era accucciato a terra, ma nessuno dei suoi sensi era sopito, anzi: i suoi muscoli erano pronti a scattare in qualsiasi momento.

“Dove?”

“Qui attorno. Dieci, o forse di più.”

Jean rimase allibito. Non che non fosse al corrente delle grandi capacità di Nadia, ma quella di fiutare le persone ancora non la conosceva. Ma forse era normale. Nel giro di poche settimane si era dovuta cimentare con la realtà di una preda continuamente inseguita dai cacciatori. L’istinto di avvertire il pericolo, quando questo era vicino, poteva derivare da qui.

“Ora cosa facciamo?”

“Aspetta.” Jean fece per alzarsi, con movimenti lentissimi. Nadia gli digrignò di acquattarsi, ma la curiosità fu più forte. Dopotutto poteva anche sbagliarsi, poteva aver confuso dei contadini al lavoro con i suoi nemici. Sbucò di un palmo appena oltre il livello delle piante. Riconobbe in un attimo i cappucci neri, conici, che si elevavano di una decina di centimetri dalle bocche dei fucili, tenute in alto affinché non si impigliassero. Jean si lasciò cadere a terra. Divenne pallido come un cencio. Il pensiero di finire impallinato come una quaglia non lo esaltava di certo.

“Visto?”

“Ci stanno di fronte… dobbiamo muoverci, prima che ci trovino.”

“E dove andiamo?”

“Guarda.” Le indicò un capannone sulla loro sinistra, una sorta di grande cascina dove probabilmente era stipata la paglia per i cavalli.

“Jean, non ce la faremo. È troppo lontano, ci vedranno.”

“Preferisci stare qui? Se vuoi te li chiamo, faccio loro un cenno, così ci si va a fare una scampagnata tutti assieme.”

“D’accordo, stupido.”

All’unisono iniziarono a strisciare, metro dopo metro, verso la costruzione. Gli uomini sulle tracce di Nadia si avvicinavano però sempre di più, tanto che in breve i due ragazzi poterono sentire loro brandelli di parole.

“Deve essere da queste parti. Non può essersi allontanata di molto, rispetto alla posizione dell’altra sera.”

“Cerchiamo di tenere gli occhi aperti. È molto probabile che si siano nascosti da qualche parte nei campi. Battete tutta la zona palmo a palmo.”

Gli uomini incappucciati si dispiegavano a ventaglio per controllare una superficie più vasta. Nadia faceva di tutto per mantenere il sangue freddo, ma la cosa era tutt’altro che facile.

“Si stanno avvicinando.”

“Lo so. Proviamo ad allontanarci di qualche metro.”

Cominciarono a descrivere una ampia curva, allontanandosi dalla direzione che volevano prendere. Le spighe crepitavano sotto gli anfibi degli uomini misteriosi, una dopo l’altra. Era come un macabro preludio ad una possibile sparatoria. Gli scatti, netti, dei fusti che si schiantavano somigliava a colpi di arma da fuoco. Fu uno di questi, più forte degli altri, che turbò King. Il leone si voltò dalla parte da cui stavano fuggendo. Un ennesimo “crack” gli fece totalmente perdere il controllo. Spiccò un balzo oltre la cima delle spighe. I ragazzi sentirono distintamente i primi spari, quelli veri, dei fucili, che riempivano prepotentemente l’aria. A far loro da contraltare fu un urlo, agghiacciante, di un uomo. Durò un secondo, ma tanto bastò a far accapponare la pelle di Nadia. Seguirono altri spari, e grida degli inseguitori. Dopo meno di un minuto vi fu un nuovo grido di dolore cieco.

“La gamba! Mi sta divorando la gamba! Sparategli!”

Fu troppo. Nadia scattò in piedi, terrorizzata al pensiero che giustiziassero King. Fortunatamente il leone era ancora vivo e vegeto, ma lo spettacolo che le si presentò non era certo migliore. L’uomo che aveva attaccato aveva le braccia straziate dalle sue unghiate; inoltre aveva addentato saldamente la gamba sinistra, e la sballottolava a terra. Poco più in là, il corpo di un altro uomo. Completamente insanguinato, non dava più segni di vita. Ebbe la conferma quando si accorse dello squarcio nel suo addome, su cui era avventato un nugolo di mosche.

“Eccola! Avanti, che aspettate, prendetela!”

Se non fosse stato per Jean, sarebbe rimasta immobile a farsi portare via. La afferrò per un braccio, ridestandola dall’orrore in cui era piombata. Tirandosela dietro, corse con quanto più fiato aveva in corpo verso il casolare.

“King! Mio Dio, King!”

Il leone lasciò la presa e sgusciò via. Nadia sentì distintamente i colpi, che avrebbero dovuto fare giustizia dell’uomo crudelmente ucciso. Si sollevò quando lo vide invece riapparire da una macchia alla sua destra, senza alcuna ferita.

“Non lasciatevela sfuggire!”

Le grida mettevano le ali ai piedi dei ragazzi. Mancava poco per arrivare al capannone; in esso vedevano una zona franca, una salvezza a breve termine. Una volta lì, avrebbero escogitato qualcos’altro per uscire indenni da quel frangente.

“Fate attenzione quando sparate! Il capo ha detto che la vuole viva. Quindi fate quello che volete con la bestia e quel ragazzo che la accompagna, ma state attenti a non ferirla!”

Questo era importante: non volevano semplicemente un oggetto da Nadia. Volevano lei stessa. Ciò faceva definitivamente cadere le ultime speranze di Jean. Non potevano essere dei malviventi comuni, per quanto tenaci e ostinati. I due ragazzi infine raggiunsero l’agognato traguardo, incalzati dalle raffiche. Non erano indirizzate direttamente ai loro corpi, ma scheggiavano l’aria tutt’attorno ai loro piedi. La nuvola di polvere che si liberò mordeva loro le caviglie. Era di sicuro il miglior incentivo desiderabile. Jean spalancò la pesante porta della baracca con una spallata. Si era caricato con la lunga corsa, tanto da finire quasi a terra dopo che questa aveva ceduto di schianto. Nadia prontamente la richiuse. Trovò a lato dello stipite una trave di legno massiccio, e la infilò negli attacchi posti dietro l’entrata.

“Fatto. Ora saremo al sicuro.”

In quella le tavole di legno che facevano da porta ebbero un sussulto, accompagnato da spari in rapida successione, che le bucherellavano. Le voci degli uomini di Argo si fondevano in un tumulto di caccia. Chi non era impegnato a sparare per mettere paura ai ragazzi cercava in qualche modo di buttare giù la porta.

“Tu dici?” Jean condusse Nadia lontano dalla porta, che almeno per il momento sembrava reggere alla carica. Per quanto provasse, non ebbe fortuna invece nel calmare King. Si era nuovamente innervosito per gli spari. Soltanto Nadia, l’amica di sempre, riuscì a tranquillizzarlo e ad allontanarlo dalla porta. Gli spari non cessavano, e persisteva il pericolo che lei o l’animale fossero colpiti. Jean si diede un’occhiata attorno. Dal campo aveva potuto vedere ben poco della struttura, e né per la verità vi si era interessato molto. In quel momento gli stava a cuore soltanto uscire dalla morsa degli inseguitori. Rimpiangeva amaramente, adesso, di non aver considerato in quale trappola si era andato a cacciare. Non c’erano uscite posteriori, le finestre erano poste molto in alto, dove anche Nadia, nonostante le sue innate capacità di acrobata, avrebbe fatto fatica ad arrivare. Inoltre più che finestre erano scarne aperture, larghe forse quanto il torace di un bambino. Con buona probabilità servivano soltanto a far prendere aria alle bestie che vi erano lasciate a riposare per brevi periodi. Di aperture più in basso, nessuna traccia. Nulla da utilizzare come arma, bastoni, zappe o falcetti. E comunque anche questi sarebbero stati ben poca cosa contro le armi da fuoco dei loro nemici. Jean compì uno sforzo per trovare una via di fuga. Ma non c’era tempo per pensare. La porta non avrebbe retto per molto. Serviva un’idea, e serviva subito.

“Nadia. Vedi quella finestra lassù? È molto stretta, ma tu sei magra e dovresti passarci. Pensa a salvarti tu, per prima cosa. Io e King troveremo un altro sistema.”

“Non se ne parla affatto! Io non ti lascio qui. Ti faresti ammazzare. E trascineresti con te anche King. Poverino, che ha fatto lui di male?”

“Ti pareva… mai una volta che non anteponesse il suo adorato King a me. Ma se almeno fosse stato una talpa, ci sarebbe stato utile. Avrebbe scavato un condotto per portarci fuori di qui.”

Poi il colpo di genio! Era un’idea disperata, assurda, ma l’unica che poteva mettere in pratica nei pochi minuti di tregua concessi.

“Nadia! Ho trovato! Possiamo andarcene!”

“E come?”

Jean corse lungo tutto il lato posteriore della baracca, cercando un punto più debole nella parete.

“Ecco. Porta qui King.”

“Cosa dovrebbe fare? Guarda che se davvero pensi che possa scavare un passaggio sotto terra, sei fuori strada!”

“Non gli chiedo tanto.” Jean tolse un mucchietto di terra dalla base di una delle assi a livello del pavimento in terra battuta. Essa aveva i bordi parecchio usurati, quasi tondeggianti, e dava l’aspetto di essere macilenta.

“Deve solo scavare qui, in questo preciso punto. Deve fare un buco, soltanto un buco.”

Nadia compì la solita magia di dare ordini al leone, che senza battere ciglio si mise a raspare il suolo. Si mostrava impacciato come un gatto alle prese con un gomitolo di lana troppo grosso. Smuoveva la terra tanto lentamente che a Jean pareva che il tempo si fermasse ogni volta che la zampa toccava il suolo.

“Dai, King, fai in fretta!”

Intanto gli uomini all’esterno davano segni di impazienza. I colpi perforavano la porta esattamente ad altezza uomo. La paura che le loro prede riuscissero a scappare era più forte dell’ordine di non ferire Nadia. Uno dei cardini si piegò paurosamente, prima di saltar via e di finire a terra con un tintinnio metallico. La polvere cadeva dalle assi a cui era fissata la porta come pioggia fitta. Restava pochissimo tempo.

“Jean, può bastare così?”

Fu una liberazione per lui constatare che King aveva assolto appieno al suo compito. Ora toccava a lui la parte più delicata. Si accoccolò a terra, puntellandosi con i piedi ai lati della tavola la cui base avevano portato allo scoperto. La afferrò dal basso e la tirò a sé con tutta la forza che aveva nelle braccia. Aveva scelto proprio quella perché gli era sembrata la più malridotta, e di conseguenza la più facile da staccare. Non ci volle molto perché maledisse la cura con cui era stata fissata alle altre.

I muscoli erano in tensione fino all’ultima fibra. Temeva che potessero spezzarsi da un momento all’altro, ma non aveva altra scelta. O meglio, l’altra a sua disposizione erano le pallottole, che fischiavano sempre più vicine. Jean fu sbalzato all’indietro quando la tavola emise il suo canto del cigno e si staccò. Egli poté apprezzare l’esito dei suoi sforzi solo dopo essersi rimesso in piedi dalla violenta capriola, la fine indecorosa delle sue fatiche. Nadia fu la prima a uscire. Non ebbe alcun problema nell’attraversare lo spazio liberato, che rimaneva comunque assai angusto. La seguì Jean. Arrivato all’altezza dello stomaco rimase quasi incastrato. Nadia, tirandolo dall’esterno per le braccia, ebbe la meglio contro i fianchetti dell’amico.

“King, esci, forza!”

Il leone per quanto si acquattasse a terra restava troppo grande per lo squadrato buco, così riprese a grattare il terreno. Jean contava i secondi preziosi che stavano perdendo. Ognuno di essi poteva essere quello in cui i cacciatori sarebbero entrati e avrebbero fatto piazza pulita.

“E voi chi siete? Cosa ci fate davanti al mio deposito? Questa è proprietà privata! Andatevene subito!” fu una voce estranea a richiamare l’attenzione dei fuggitivi. Non poteva essere altri che il proprietario del capannone, di certo furioso per trovarsi una squadra di uomini armati in mezzo ai suoi campi. Uno sparo pose fine a tutto. Il tonfo del corpo che si accasciava a terra arrivò perfettamente alle orecchie di Nadia, che strillò di dolore.

“Bastardi! Siete degli assassini!”

Gli uomini all’esterno intuirono subito la debolezza di Nadia, e cercarono di sfruttarla a loro vantaggio.

“Se ci costringerai ad entrare, ricorda che anche i tuoi amici faranno la stessa fine.”

Nadia guardò sgomenta Jean. La tranquillizzò stringendole forte la mano.

“Non preoccuparti. Noi saremo già scappati, per quando loro riusciranno a entrare.”

Nadia ricevette anche una leccata da King, che nel giro di pochi attimi si era ricavato uno spazio più grande in cui passare. Alle spalle della baracca il livello del terreno si alzava, fino a formare una collinetta. L’unica cosa saggia da fare era quella di continuare a scappare, così si inerpicarono lungo il pendio. Il rumore della porta che si schiantava, dando via libera agli aggressori, arrivò loro quando avevano raggiunto la cima della collina. Lo smacco per essere stati giocati bruciava più del fuoco. Quello che dal carisma doveva essere il comandante del gruppetto, ordinò di cercare i ragazzi sotto ogni balla di fieno. Se non li avessero trovati, minacciava, li aspettava il plotone d’esecuzione.

“I nostri amici continuano ad essere buoni di cuore. Non sono cambiati di una virgola, a distanza di tanto tempo.” Commentò sarcasticamente Jean.

“Sbrighiamoci, non tarderanno a scovare il buco nella parete. Non abbiamo un istante da perdere, forza!” Nadia lo trascinò giù dalla china. Alla base del piccolo rilievo si distendeva un fiumiciattolo, uno dei canali artificiali usati per irrigare le coltivazioni della zona. Lo saltarono a piè pari: sapevano che, capo a cinque minuti, si sarebbero trovati di nuovo sotto il fuoco nemico. Proprio mentre stavano correndo alla disperata, però, udirono una serie impressionante di colpi proveniente dall’altra parte del colle appena varcato. Nessuno dei due ragazzi, né tantomeno King che odiava le armi da fuoco, si fermò a controllare. La mole del fuoco era considerevolmente aumentata, anzi pareva essere raddoppiata. Roba da solleticare la fervida curiosità di Jean, insomma. Egli un pensierino a tornare indietro, con la dovuta circospezione, lo fece; Nadia ebbe il merito di riportarlo a più miti consigli, affondando le unghie nel braccio del ragazzo. Attraversarono correndo un intero campo di tabacco. Si ritrovarono quasi senza rendersene conto in mezzo ad una strana struttura, di cui intuirono la funzione solo quando vi si trovarono dentro. Era una specie di grosso deposito dove le foglie del tabacco venivano messe a seccare. L’aria era infatti impregnata del pungente odore della pianta, le cui foglie, diventate mollicce e scure, penzolavano da decine e decine di tronchi di legno intersecati tra di loro. La furia del combattimento, come misteriosamente si era manifestata, in tale maniera cessò. Al frastuono delle armi si sostituì la placida atmosfera della campagna, rotta appena dallo stridente verso di un uccello lontano. Jean, Nadia e King si erano mimetizzati in mezzo alle puzzolenti foglie, aspettando di vedere qualche movimento, di scoprire cosa era successo. Dovettero resistere ad una snervante attesa, che durò pochi minuti; per loro si trattava di anni interi, vissuti con il cuore a mille e le gambe di gelatina. Dopo quest’inferno di immobilità comparve sulla punta della collina una figura esile, che imbracciava con la mano destra un grosso fucile. Non aveva il cappuccio, quindi a meno che uno degli uomini di Argo avesse ceduto al fastidio dello scomodo copricapo in battaglia, – cosa che, nell’ultima volta in cui li avevano incontrati, non era mai successa – quello lassù non faceva parte del loro gruppo. Molto probabilmente, anzi, si trattava di un altro sulle tracce di Nadia e della sua pietra. A Jean parve di conoscere la singolare risata che si espandeva dalla direzione dello sconosciuto. Ad ogni modo non aveva tempo di mettersi a riflettere su una sciocchezza simile. Appena la figura si ritrasse oltre la cima della collina, egli assieme a Nadia e King si lanciò di nuovo alla fuga. Verso quale salvezza, questo non lo sapeva nemmeno lui.





Marciavano senza riposo nello sterminato campo di tabacco da ore. Il passare del tempo era scandito soltanto dal lento volo del sole nel cielo. La mattina aveva lasciato gradualmente il posto al pomeriggio. L’orizzonte, limpido al mattino, era diventato plumbeo. Il vento soffiava maligno alle spalle dei ragazzi, facendo penetrare nelle ossa l’umidità, terribile souvenir dell’Inghilterra. Le nubi si ingrossavano progressivamente, promettendo acqua in quantità industriali. Per Jean e Nadia si affacciava una nuova difficoltà, in previsione della notte. King era quello che soffriva di più la maggiore umidità del clima: tre anni di permanenza in terra inglese non gli erano bastati per dimenticare la sua Africa e il calore che lì vi si respirava. Il ruggito che all’improvviso attirò l’attenzione di Nadia non era frutto della capace ugola del suo leone, ma dell’ancor più imponente stomaco di Jean, che protestava rumorosamente.

“Accidenti… se solo non avessi lasciato lo zaino con le provviste nel capannone…”

“E’ inutile pensarci, ora. Sarebbe da pazzi tornare indietro per due pezzi di pane. Oltretutto sbaglio o c’era rimasto ben poco da mangiare, nel tuo zaino?”

Jean non rispose. La rabbia contro se stesso, per averlo dimenticato nella concitata situazione di poco prima, era troppo forte. O forse era la fame a pietrificargli la lingua.

“Jean, mi deludi. Non ricordi di quando facemmo naufragio sull’isola deserta, tempo fa? C’era ben poco da mangiare, ma ci adattammo, e non mi pare che tu abbia fatto tante storie.”

“Che vuoi che ti dica, mi sarò abituato alla cucina di mia zia. È un po’ pesante, però…”

“Parli dei suoi piatti?”

“No no. Mi riferisco a lei.”

“Sei sempre stato un maschilista. Non mi pento di non aver accettato la tua proposta.”

“In Francia ti saresti trovata senz’altro meglio di qui. Avresti avuto un lavoro e un alloggio migliore.” E me al tuo fianco. Ma questa considerazione non arrivò neppure in gola. Rimase nel cuore.

“Sempre meglio abitare in un appartamento e fare l’apprendista al giornale piuttosto che dividere una casa spaziosa con un ragazzo che mi critica di continuo.”

“Quando mai io ti critico?”

“Lo fai sempre. Il momento peggiore è a tavola. Se avessi scelto di venire a stare da te, mi avresti fatto ingollare a forza la carne.”

“Fa bene, e lo sai anche tu.”

“Ma come puoi pensare che io mangi le carcasse di poveri animali massacrati? Sei senza cuore, Jean!” Nadia tornò a dare attenzioni soltanto a King, l’unico essere nell’universo che l’appoggiava qualsiasi cosa dicesse.

“Sei solo una ragazzina petulante e isterica.”

Nadia lo fulminò con gli occhi. Ecco cosa aveva in comune con il suo amico leone. Lo stesso sguardo mordace da predatore affamato. Quegli occhi avevano la capacità di passare dal verde acqua di uno specchio di laguna tropicale a quello smeraldino delle scaglie di un mamba velenoso.

“Che cosa hai detto?”

“Perché, vuoi negarlo?”

Nadia stringeva i pugni, in completa preda dell’ira. Avrebbe voluto riempirlo di schiaffi, strozzarlo, staccargli le dita una a una. Invece gli voltò le spalle, e procedette impettita in avanti, solcando le basse piante odorose come una fiera nave nell’oceano.

“E ora dove vai?”

“Non ti riguarda.”

“Non fare la bambina, adesso. Non ci possiamo permettere di fare stupidaggini.”

“Lo vedi? Non posso fare nulla che subito arriva la tua frecciata.” La ragazza camminava in avanti, senza interessarsi a Jean che quasi le correva dietro. Davanti a loro piombò letteralmente, non vista, una casa solitaria, che si ergeva come un fungo nel mezzo della zona altrimenti piatta. La futile disputa li aveva assorbiti al punto che nemmeno si erano accorti di dove stavano andando.

“Io vado a chiedere se hanno del cibo.”

“Ma sei matta? Secondo te darebbero qualcosa da mangiare a una sconosciuta?”

“Non ti ho chiesto di venire. Io e King andiamo a chiedere. Tu, fai quello che ti pare.”

Accidenti al tuo brutto carattere! Avrebbe voluto, e magari dovuto urlarglielo in faccia, ma l’esperienza gli aveva insegnato che se Nadia si arrabbiava oltre un certo limite, diventava davvero pericolosa. Quindi, meglio star zitti e ingoiare il rospo. La dimora dei contadini del posto era solo di poco migliore della baracca in cui erano stati assediati: la palizzata attorno a essa si manteneva in piedi per miracolo, e quelle stesse sparute travi che resistevano erano divorate dall’acqua e dalle formiche. Le pareti della casa se non altro non avevano buchi: per il resto, erano del tutto sghembe e il tetto era inclinato su un lato. Lo scalino su cui Nadia poggiò timidamente il piede diede vita a uno scricchiolio sinistro: se faceva fatica a reggere il suo fisico atletico, senza ombra di dubbio si sarebbe sfondato al passaggio di Jean, che preferì aspettarla fuori. La porta non era chiusa, ma lasciata aperta di uno spiraglio. Nadia la aprì, chiamando i proprietari. Ma non si fece vivo nessuno. Il mobilio era penoso, come tutto il resto, appena quattro tavole inchiodate assieme.

“Jean, entra anche tu. Non c’è nessuno in casa.”

Jean appoggiandosi alla schiena di King saltò direttamente sul pianale al di sopra dello scalino traballante. Non volle rischiare la fortuna. D’accordo che al massimo si sarebbe potuto slogare una caviglia; ma con gli uomini di Argo alle calcagna un infortunio del genere sarebbe stato un’autentica catastrofe. Entrò anch’egli, ma si congelò all’urlo di Nadia. Dopo un attimo di smarrimento, scattò nella stanza contigua, dove ella si era diretta. Era in piedi, tremante. Si copriva la bocca con le mani, per non dare sfogo ai singhiozzi. Le lacrime, invece, scorrevano senza freni sulle sue guance. A terra, il motivo della sua disperazione. Nella casa c’era qualcuno. I corpi senza vita di un uomo e di una donna, giacevano a terra in un lago di sangue, uno accanto all’altra. Entrambi erano riversi a pancia in giù; sulle loro schiene, i fori di numerosi colpi di arma da fuoco.

Senza accorgersene, Nadia aveva posto il piede nella pozza: inorridita, lo ritrasse, disegnando sul pavimento una fine lingua rossa.

“Jean…”

“Mio Dio… che massacro.”

“Chi può aver fatto un’atrocità simile?”

“Gli uomini di Argo, chi altri? Non si sono fatti scrupoli a ucciderli.” Alle parole miste a pianto di Nadia, si mescolava la lucida analisi di quelle di Jean.

“Perché lo hanno fatto?”

Jean passò attorno ai due cadaveri, per esaminare gli scaffale che davano l’aria di essere adibiti a dispensa. Era rimasto però ben poco, qualche forma di formaggio striata da linee di muffa verdognola, e alcuni sacchi di ceci, squarciati con un coltello.

“Cercavano provviste. Evidentemente non si erano portati cibo a sufficienza, così hanno provveduto a prenderlo sul posto.”

“Bestie. Bestie senza cuore!”

“Già.” Jean avrebbe voluto provare a dire tante cose per consolare Nadia, qualcosa di intelligente o di toccante; ma gli uscì il più misero dei commenti. Ad ogni modo si diede un’occhiata attorno, allo scopo di trovare qualcosa di utile lasciata dai barbari passati prima di loro. La sua ricerca diede pochi e scadenti frutti: due coltelli, un pentolino, una pietra focaia.

“Se non altro con questi potremo mettere qualcosa nello stomaco, più tardi.”

“Eh?” Nadia non aveva pace per l’empietà che aveva davanti agli occhi. Jean prese il più piccolo dei sacchetti di ceci, uno dei pochi non aperti a metà.

“Ci prenderemo un po’ di ceci, giusto per mangiare qualcosa, così da avere le sufficienti forze per raggiungere l’abitato più vicino.”

“Dio mio, Jean! Qui sono morte due persone innocenti, i loro corpi sono ancora sul pavimento, e tu pensi unicamente al cibo?”

“Nadia, credi che a loro potrà servire un chilo di ceci? Non sarebbe meglio se lo prendessimo noi? O preferisci che se ne facciano uso altri del gruppo dei loro assassini?”

“Sì. Hai ragione tu, scusami. Sono… sono così sconvolta…”

“Non preoccuparti. È più che naturale che tu reagisca così. Ora però andiamo via. Non è prudente rimanere troppo nello stesso posto, a meno che non sia strettamente necessario.”

Nadia si decise a muoversi. Passò davanti a una delle piccole finestre della dimora, quando qualcosa attrasse la sua attenzione. Fu un granello di sabbia che stuzzicò la coda dell’occhio, inducendola a girarsi. Il suo sguardo finì sulla distesa delle coltivazioni che avevano affannosamente attraversato. Non c’erano piante particolarmente alte tra le quali nascondersi, così Nadia vide subito il piccolo gruppo che si stava avvicinando con rapidità.

“Jean, vieni, presto!”

“Cosa c’è ora?”

“Guarda!” Anche Jean distinse le sagome che guadagnavano metri su metri. La distanza a cui si trovavano non permetteva loro di distinguerle, ma non era tale da essere al sicuro da un prossimo attacco.

“Chi sono? Ancora gli uomini di Argo?”

“Non so” rispose balbettante Nadia, “da qui è impossibile dirlo.”

Jean e Nadia si erano nascosti ai lati della finestra, sperando di non essere stati scorti. Jean lasciò passare una manciata di secondi, durante i quali supponeva che si sarebbero avvicinati, così da poter essere riconosciuti. Tirò un gran sospiro prima di affacciarsi di nuovo. Rimase a bocca aperta quando non vide anima viva, lungo tutta la superficie visibile.

“Nadia, non ci sono più.”

“Cosa?”

“Ci avranno visti, e ora si staranno movendo nascosti chissà dove. Questo testimonia che la loro non è una visita di piacere.” La presenza dei cadaveri degli ex-proprietari riempiva la casa: il pensiero di finire come loro montava nelle teste dei ragazzi come la furia di un cavallo selvaggio.

“Dobbiamo uscire di qui.”

“Jean, non possiamo continuare a fuggire in eterno. Se non facciamo qualcosa prima o poi ci prenderanno!”

“Non possiamo fare altro, per ora. Una volta in città, vedremo il da farsi.” Se ci arriveremo. Fu la ovvia continuazione della frase che venne in mente ad entrambi. Nessuno dei due però la pronunciò. Erano già abbastanza nei guai così senza dover aggiungere una generosa manciata di pessimismo. Jean raccolse quanto aveva scovato di utile in poco meno di un minuto; dopodiché si posizionarono dietro l’uscio. Nadia era posizionata tra Jean e King. Una cautela in più per proteggerla, in mancanza di meglio.

“Nadia, ascolta. Fà sfondare la porta a King, così che noi due possiamo scappare.”

“Verso dove?”

“Per il momento non conta. Pensiamo innanzitutto a evitare i proiettili, va bene?”

“Ma ci troviamo in campo aperto. Non c’è nulla che possa fare da ostacolo.”

“Ricorda che quegli uomini hanno preciso ordine di non fare fuoco su di te. Se ti manterrai King vicino, scommetto che per prudenza non colpiranno nemmeno lui.”

“Ma tu…”

“Non perdiamo altro tempo, dì a King di aprirci la strada.” All’incitamento di Nadia il bestione schiantò la porta con una possente testata. La via sembrava sgombra di pericoli. Jean e Nadia saltarono giù contemporaneamente evitando lo scalino malfidato. La ragazza si lanciò in avanti con la sua tipica andatura da gazzella; non percorse che poche decine di metri prima di accorgersi che Jean non la stava seguendo. Era schiacciato a terra da un uomo con il viso nascosto da un pezzo di flanella nera. Altri quattro sembravano indecisi su cosa fare, se inseguirla o spararle. Non davano l’aspetto di essere degli emissari di Argo: avevano sì il volto coperto, ma non dalla caratteristica maschera bianca con due righe nere sotto i buchi per gli occhi. Erano tutti in tuta mimetica. Il loro abbigliamento avrebbe consentito di passare inosservati sfruttando anche dei ridotti anfratti. Questo però non era sufficiente a spiegare come fossero spariti all’improvviso, e come avessero fatto a ricomparire tanto rapidamente sul lato opposto della casa.

“Nadia, che diavolo stai facendo? Scappa, presto!” Jean urlava sotto il peso dell’uomo apparentemente più corpulento dello squadrone. Costui non aveva previsto una sua reazione violenta, così si affrettò a bloccargli le braccia dietro le spalle e cingergli i polsi con un paio di manette.

“Và via!” Questa volta Jean ebbe successo: Nadia si riscosse dallo spavento e si voltò per proseguire la sua fuga. Più tardi avrebbe considerato il modo per liberare Jean. Uno sparo impregnò l’aria. Nadia si arrestò all’istante. Si voltò lentamente. Uno degli sconosciuti aveva sparato un colpo di avvertimento in aria. La bocca di grosso calibro del fucile stava ancora fumando.

“Principessa Nadia, si fermi.” Nadia sobbalzò. Era da una vita che non si sentiva chiamare così. Tristemente, gli ultimi a rivolgerle quest’epiteto erano stati Argo e i suoi sottoposti. Le aveva parlato il più magro della squadra; era tuttavia colui che dava gli ordini al resto del gruppo. Sembrava strano che un corpicino minuto come quello possedesse tanto carisma al suo interno.

“Non abbiamo intenzione di farle del male, principessa. Né a lei né ai suoi amici. Siamo però costretti a chiedervi di seguirci.”

“E se rifiutassimo?” King fremeva dal desiderio di poter addentare un’altra succosa gamba di attentatore. Nadia volle invece tenerlo a bada: i fucili erano tutti puntati nella sua direzione, e i muscoli dell’uomo che immobilizzava a terra Jean potevano competere con la forza esplosiva dell’animale.

“In tal caso saremmo costretti a portarvi con noi, ugualmente. Con la forza, se fosse necessario.”

Nadia si avviò mansueta tra le braccia dei suoi inseguitori. Il tipo che era saltato sulla schiena di Jean, una volta in piedi, si dimostrò essere una vera montagna di carne. Manteneva il ragazzo sotto controllo con una sola mano, serrandogli le sue in una morsa d’acciaio. Lasciò cadere l’altra sulla spalla di Nadia, pesante e minacciosa. Il piccolo capo si mostrò soddisfatto dell’esito della missione. Tirò fuori una scatolina di metallo da una sacca della sua tuta, che si aprì con uno scatto argentino.

“Comando? Gli obiettivi sono in mano nostra. Iniziamo la procedura di rientro.”

King si rifiutava ostinatamente di seguire il resto del gruppo. Ringhiava contro chiunque gli intimasse di andar loro dietro. Fu necessario il solito intervento di Nadia per ridurlo all’obbedienza.

La marcia snodata attraverso i campi proseguiva in un assoluto silenzio. Gli uomini avanzavano in formazione a stella; due in coda, per coprire le spalle, due ai lati e il capo in testa. Al centro, il bestione che teneva in custodia i tre prigionieri. Il loro modo di agire, così meticolosamente preciso, non lasciava altri dubbi: non erano al servizio di Argo.

“Volete dirci chi siete? Dove ci state portando?” la curiosità di Jean poteva metterlo seriamente in pericolo; per fortuna ricevette solo una brusca risposta, al posto di una ben più consistente raffica di proiettili.

“Non siamo autorizzati a dirti nulla, Jean.”

Jean. Jean! Come fanno a conoscere il mio nome? E del passato di Nadia? Cosa vuole da lei questa gente, e per chi lavorano? Tutte domande senza risposta, che tormentavano Jean quasi più delle attenzioni del gigante che lo bloccava. Ora come ora non poteva fare altro che lasciarsi trasportare dalla corrente, sperando che il fiume non sfociasse in una mortale cascata.





Erano occorse due ore di cammino per giungere al mezzo degli assalitori. Era un tipo di automobile insolito; l’altezza del pianale dal terreno era molto superiore al normale. Oltre al posto di guida, davanti, poteva stipare solo un altro passeggero. Tutti gli altri dovevano accomodarsi nel retro: questo era coperto da un telone di plastica verde scura, spessa al tatto e impermeabile. In esso erano state ricavate due feritoie, invisibili all’esterno. Si aprivano soltanto da dentro, e, date le loro ridotte dimensioni, era difficile prendere aria da esse. Jean, Nadia e King furono scaraventati senza complimenti nell’angusto abitacolo. Il puzzo di sudore e tabacco sembrava avere una consistenza solida. L’uomo che faceva loro da carceriere indicò l’angolo in cui dovevano sedere e possibilmente mantenersi tranquilli, se volevano evitare guai maggiori. La parte tragica iniziò quando venne acceso il motore: da quell’istante nessuno nel retro del furgone poté avere più pace. La strada non era che una semplice pista di campagna, buona tutt’al più per cavalli e asini da soma, non certo per veicoli a motore. I fossi determinavano continui sobbalzi. Jean e King furono i più colpiti dall’originale tipo di tortura: il ragazzo si sbiancava sempre di più a ogni chilometro percorso, e il leone mugolava come se fosse stato lasciato senza cibo per un mese intero.

“Ma non c’è un’altra strada?” Nadia pativa meno i violenti scossoni; chissà, magari ci teneva soltanto a non farsi vedere debole davanti al nemico. Gli altri tre uomini invece, restavano imperturbabili: per loro, era come scivolare su un prato fiorito. Niente da fare, continuavano a mantenere un ostinato silenzio. Le aperture ai due lati della tenda erano chiuse; non poteva essere diversamente, purtroppo. Si rifiutavano di rispondere alle domande più semplici, figuriamoci se lasciavano ai ragazzi degli indizi su dove si stessero dirigendo. Il viaggio continuava, e balzo dopo balzo King dava segno di essersi abituato, o quantomeno di aver assunto un certo margine di resistenza. Jean al contrario era sempre peggio. Pensava che se non si fossero fermati subito non sarebbe mai arrivato a destinazione. Anche il suo controllore notò che la situazione era in rapido peggioramento. Aprì un altro piccolo squarcio, che permetteva di comunicare con coloro che sedevano davanti, e parlò mostrando un velo di preoccupazione. Era la prima emozione che Nadia notava in uno dei suoi inseguitori.

“Capo, il ragazzo si sta sentendo male. Credo che tra poco ci affogherà nel suo vomito, se non facciamo qualcosa.”

Jean udì di nuovo quella risata. Una serie di singulti che si accavallavano uno sull’altro. Aveva un che di infantile. E soprattutto, l’aveva già sentita da qualche parte, ma non ricordava dove. Il dolore allo stomaco era diventato lancinante. Non riusciva a pensare a null’altro che al ciclone che gli stava sconquassando le viscere.

“Dagli una di queste. Cerchiamo di non farlo crepare ancora. Può esserci utile, se mette la testa a posto.” Dalla finestrella una mano guantata di nero lasciò scivolare dalle dita sottili, quasi femminee, un riquadro di plastica bianca. Jean vide che da esso l’uomo in mimetica davanti a lui estraeva una compressa tonda. Gli aprì a forza la mano, sbattendo la pillola sul palmo. Il ragazzo rimase incerto sul da farsi, fissando il puntino bianco con un’aria da stupido.

“Se non ti fidi, ragazzo, puoi stare lì col tuo mal di stomaco. Soltanto, quando stai per vomitare, cerca di farlo nell’angolo. Non vogliamo che la tua colazione di stamane si spanda dappertutto.”

Jean cercò gli occhi di Nadia, come per ottenere da lei l’approvazione. Ella fece un cenno d’assenso col capo. Jean buttò giù la pillola senza pensare. Fu sollevato quando, dopo una decina di minuti, avvertì i primi miglioramenti. Incominciò a vedere i suoi carcerieri con occhio più benevolo. Bastavano particolari del genere per assicurarsi la sua stima.

“Vi ringrazio. Mi sento molto meglio, ora.”

“Non ringraziarmi. Ho solo eseguito un ordine.”

Jean iniziava a nutrire dei dubbi sulle cattive intenzioni di quegli uomini. È sempre stato il peggior difetto di Jean, quello di fidarsi sempre delle persone. Nadia guardava di taglio il suo amico: non era possibile che una medicina per far passare i dolori alla pancia fosse sufficiente a comprarlo. L’apertura si schiuse di nuovo; questa volta fu il capo della spedizione ad avvertire gli altri.

“Ragazzi, ci hanno trovato. Tenetevi pronti.” Istantaneamente tirarono fuori le loro armi da sotto le panche su cui erano seduti, e scattarono in piedi. Si reggevano ad una barra di ferro posta al margine del tettuccio del tendone. Il bestione alto era costretto a mantenersi curvo.

“Cosa sta succedendo?” Jean, ripresosi dal malore, riprendeva a porre domande che cadevano nel vuoto. Quelli che parevano sempre più essere dei soldati se ne stavano immobili, con le armi in pugno, attendendo chissà quale segnale. Proprio quando Jean meno se l’aspettava, avvertì il primo sparo, accompagnato dal rombo di un altro furgone. Cacciarono le bocche delle mitragliatrici fuori dalla finestrella di destra, sparando all’impazzata. Da fuori rispondevano colpo su colpo. I proiettili rimbalzavano sul mezzo, svelando il rivestimento corazzato celato dal telone. Il guaio era che arrivava al livello delle aperture, quindi dal collo in su erano vulnerabili. Jean e Nadia ricevettero un nuovo ordine di rannicchiarsi il più possibile nell’angolo. I due ragazzi, assieme al leone, si strinsero l’uno all’altra senza fare storie. Per la prima volta dopo tanto tempo, Nadia agì secondo un antico riflesso: si portò le mani al petto, cercando la sua pietra. Era questa che le dava coraggio e protezione nei momenti in cui rischiava la vita. Non trovandola, la assalì un senso di angoscia e solitudine. Era l’unico ricordo di sua madre, di cui a stento riusciva a focalizzare il volto.

“Markus! Accelera! Dobbiamo seminarli!” Markus, che era al volante, non se lo fece ripetere una seconda volta: mandò il motore al massimo del regime, ma non servì a nulla. Per quanti sforzi facesse, l’altro furgone continuava a tallonarli.

“Spara alle gomme! Falli sbandare!”

“Credi sia facile? È quello che sto provando a fare, sapientone!”

“Attento! Si stanno avvicinando!” Un tonfo troncò la frase. Un uomo si era lanciato sul mezzo in corsa, e si era aggrappato alle borchie del telo di copertura. Si muoveva con difficoltà, come una lucertola che si arrampica sulla pietra su cui assorbe il calore del sole del mattino.

“Fà attenzione, è armato!” fu Markus a mettere in guardia gli altri occupanti.

“Ci penso io.” Il gigante caricò indietro il braccio, per poi esplodere un pugno di inaudita potenza sul punto dove credeva fosse la testa dell’assalitore. Non lo prese in pieno volto, ma l’effetto fu ugualmente positivo. L’impeto del colpo aprì uno squarcio, mettendo a nudo la protezione antiproiettile.

“Tobias, sei un imbecille! Ci hai scoperti al fuoco nemico!” fu il capo a rimproverare aspramente il “protettore” di Jean e Nadia. In effetti, col pugno aveva creato un buco, ma questo era nella zona già esclusa dalla salvifica azione dei lastroni di metallo.

“D’accordo, ci penso io.” Il capo del gruppo si spostò a fatica sull’altro lato del veicolo. Imbracciava un lungo fucile, un’arma di precisione balistica. Con la canna spinse Markus a ridosso del volante, finché non ci rimase attaccato. Fu visibile attraverso la finestrella per un attimo: Jean e Nadia buttarono prontamente l’occhio, ma non ebbero i risultati sperati. Indossava ancora la maschera nera. L’orlo si era però rivoltato, così da lasciare scoperto il collo. Nulla di importante, a parte la sua pronunciata magrezza e la pelle scura, di una tonalità prossima al marrone.

“Capo, cosa vuoi fare?”

“Mi libero di questi scocciatori.” Non c’era tempo per abbassare il finestrino, così lo ruppe con un paio di colpi ben assestati della punta dell’arma. Si allungò per puntare il suo obiettivo. Sebbene il suo volto non fosse visibile, la sua tensione si percepiva chiaramente. Gli scossoni del mezzo, che durante l’attacco non erano certo terminati, non incrinavano la sua concentrazione. Vedeva solo il preciso punto dove indirizzare il colpo. Senza preavviso, l’indice ossuto si chiuse attorno al grilletto. Una frazione di secondo più tardi, lo scoppio di una ruota. Il veicolo degli assalitori cominciò a sbandare paurosamente, privo di controllo. Lo pneumatico anteriore di destra era ridotto a brandelli. Il pilota mantenne il controllo del veicolo per un altro breve tratto, prima che una buca ponesse termine alla corsa. La vettura schizzò verso sinistra, per poi ribaltarsi in una nuvola di polvere. Markus portò lontano il furgone, fuori dal tiro nemico.

“Non abbassate la guardia. Non ci metteranno molto a cambiare la ruota. Dobbiamo riuscire a raggiungere il mare prima possibile.”

“Il mare? Perché, c’è forse una barca che ci aspetta?” ormai Jean pensava a voce alta. Nessuno lo considerava più di una zanzara fastidiosa. La serie infinita di scossoni che aveva caratterizzato la marcia del veicolo finora trovò requie: Markus uscì dal viottolo di campagna per immettersi in una strada più o meno livellata. I cartelli che scorrevano veloci ai margini della carreggiata indicavano la località di Chalmsford: un paesino di poche migliaia di anime, situato in prossimità della costa.

I chilometri interposti tra le campagne della periferia londinese e le sponde del mare del Nord scivolavano uno dietro l’altro, nell’atmosfera silenziosa, quasi congelata, del furgone. Tutti mantenevano un rigoroso mutismo. Non accennavano a rilassare uno solo dei loro nervi. Le mani stringevano forte le armi fino a far penetrare il metallo nelle dita. Tenevano ben alta la guardia.

Il paesaggio circostante lentamente mutò: dai campi dall’aria immutabile si passò ad una zona ben più ventosa. La brezza che si incuneava nei capelli portava con sé l’odore del mare. Nadia avrebbe voluto mettere la testa fuori, nella speranza di intravedere la striscia azzurra in lontananza, sull’orizzonte. Nemmeno lo chiese: degli uomini che costringevano due ragazzi a stare zitti e muti in un angolo per ore certo non avrebbero fatto uno strappo alla regola per un desiderio infantile. Oltretutto, erano stati rapiti da questi misteriosi personaggi, cosa di sicuro non secondaria… All’esterno non aveva notato una sola persona dall’inizio del viaggio; era improbabile che fosse frutto di una coincidenza. Più facile pensare che le strade su cui transitare fossero state accuratamente scelte in precedenza, in base al loro essere frequentate o meno. Le precauzioni assunte in quegli ultimi chilometri erano sembrate un’esagerazione. Non c’erano stati più attacchi, e degli uomini di Argo nemmeno l’ombra.

“Capo, c’è qualcosa sulla strada. Cosa può essere?” il pilota si mostrò preoccupato, distinguendo sul fondo stradale un ostacolo, di cui per il momento non capiva la natura.

“Rallenta. Avviciniamoci piano.”

Finalmente Jean non pose domande stupide, come in precedenza. Prefigurando un nuovo pericolo, si limitò a stringere a sé Nadia. Ella però non gradì l’eccessiva confidenza del ragazzo, anche se a fin di bene, e lo allontanò con vigore. Il veicolo decelerò fino a fermarsi. A fondo strada, un vero e proprio posto di blocco: due tronchi d’albero col diametro di una botte erano stati incrociati tra loro. Ai lati, del filo spinato, e immediatamente davanti c’erano sparsi dei chiodi a tre punte. Dai cespugli ai bordi della strada sbucarono numerosi uomini, tutti armati. Indossavano i famigerati cappucci neri a forma di cono e le maschere bianche dall’espressione triste. Andarono a formare una fila parallela al muso del furgone. Le bocche dei fucili furono puntate contro di loro.

“Sappiamo che avete con voi la ragazza. Consegnatecela subito, altrimenti apriremo il fuoco!” la voce altisonante di un ufficiale arrivò ulteriormente amplificata da un megafono.

“Come volevasi dimostrare. Hanno bloccato la strada, ragazzi. Dobbiamo aggirarli.”

“Ma capo, come facciamo con l’amico della principessa?”

“Lui? Bè credo che detesti i tirapiedi di Argo più di noi. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto disponibile, quindi se vuole rendersi utile puoi anche togliergli le manette.”

Jean era infatti il solo a portare quegli scomodi braccialetti. Nadia era l’ostaggio prezioso, da mantenere integro e infastidire il meno possibile. Chi le avesse messo le manette avrebbe di certo passato un bruttissimo quarto d’ora.

“Certo che posso.” Jean porse i polsi in avanti sicuro di sé. L’uomo che gli aveva dato la pillola contro il mal d’auto fece scattare, con riluttanza, la serratura, ridandogli l’uso delle mani.

“Se non altro i simpaticoni là fuori avranno un bersaglio in più a cui mirare, invece di puntare al mio culo.”

“Finiscila, e dagli questa.”

“Ma sei diventato matto? Vuoi dare una pistola a questo francesino effeminato?” era convinto che l’arma sarebbe stata più sicura nelle mani di un bambino, piuttosto che in quelle di Jean. Non era capace di resistere a un viaggetto in campagna, figuriamoci di maneggiare come si deve una pistola. “È un ordine, Lantan.”

“D’accordo, d’accordo. Sono solo curioso di vedere quanto durerà, in mezzo ai proiettili.” L’uomo, di nome Lantan, sbatté la pesante pistola nella mano aperta di Jean.

“In mezzo ai proiettili? Che cosa volete dire? Vi metterete a sparare?” Il pensiero che di lì a poco si sarebbe trovata in mezzo ad una sparatoria la atterriva.

“Forse si sarà accorta, signorina, che ci sono degli uomini là fuori che, chissà perché, non vogliono farci passare. Disgraziatamente stasera abbiamo un appuntamento, con una persona a cui non piace per nulla aspettare.”

“Se avete finito di dire cazzate, possiamo procedere. Tenetevi pronti a saltare giù quando ve lo dico.” Si disposero sul bordo del cassone senza porre obiezioni. Quel minuscolo soldato, quando voleva, sapeva farsi obbedire come il miglior Napoleone.

“Markus, ora partì a tutta velocità. Dobbiamo sfondare la barriera, innanzitutto.” Mentre stava dando le necessarie indicazioni al guidatore, gli uomini incappucciati sembravano aver perso del tutto la pazienza.

“Ora basta! Conterò fino al tre, poi spareremo!”

“Parti al suo tre, capito?” Markus assentì. Il tipo col megafono fece ricorso a tutta la sua voce per iniziare il conteggio.

“Uno!” I ragazzi nel retro stavano per essere soffocati dalla tensione. Il sudore scendeva freddo, dalla fronte fin giù oltre gli zigomi. Si stringevano nelle spalle, cercando di dare sfogo al nervosismo.

“Due!” L’uomo seduto accanto a Markus concentrò la sua attenzione sulla schiera di soldati, che disciplinatamente si accosciarono e si apprestarono a fare fuoco.

“Tre!” “Adesso!” Il furgone si lanciò a tutta velocità. Gli uomini, dopo avere sparato una decina di colpi, peraltro con scarsa precisione, furono spiazzati dalla manovra. I più scavalcarono la barricata con un salto; gli altri raggiunsero un riparo ai margini della strada.

“Saltate! Ora!” la truppa nel furgone si buttò senza esitazione. Gli uomini del gruppo rotolarono a terra, dando prova di un addestramento fatto allo scopo. Per Nadia e King il fu ugualmente facile: chi per un motivo, chi per un altro, avevano acquisito un’ottima agilità. Il salto di Jean fu un vero disastro. Oltre al pessimo stile, corse il serio rischio di farsi male.

“Jean! Tutto a posto?”

“Sì, non preoccuparti.” Almeno l’acrobazia era servita a qualcosa: per una volta Nadia si interessava delle condizioni dell’amico prima di quelle del leone.

“Nascondetevi nei cespugli, presto!” la voce di Tobias era ben più potente di quella del comandante mascherato; compensava la mancanza di carisma con un timbro più marcato. Si acquattarono tra i rovi, attendendo l’esito dell’azione del capo. Il furgone si schiantò contro il blocco in un frastuono di lamiere ululanti e di uomini terrorizzati. Le schegge schizzarono via impazzite in tutte le direzioni, come proiettili. In effetti, qualcuno degli uomini lì vicino fu colpito. Le urla di dolore di questi ultimi si sommavano al quadro di distruzione che era venuto creandosi.

“Dio mio! Si sono uccisi!”

“Stà calmo. Tra poco saranno di ritorno tutti e due, sani e salvi.” A Tobias riusciva incredibilmente facile rassicurare le persone; anche se Jean non poteva vedere il suo volto, non sbagliava nell’immaginare stampato su di esso un sorriso esteso da orecchio a orecchio. Il bestione conosceva bene il suo superiore: passò a stento un minuto, dopo di che dai cespi accanto a King sbucò Markus, preceduto dal solito intrepido comandante.

“Ci siamo tutti? Bene. Ora che abbiamo dato ai ragazzi un giocattolo con cui passare il tempo, possiamo dileguarci.” Questo fu sufficiente al resto del gruppo per intuire cosa fare. Quasi all’unisono si spostarono da macchia a macchia, con l’intenzione di aggirare, per quanto possibile, il blocco degli uomini di Argo. Nadia e King si accodarono loro, imitandone i movimenti. Anche Jean si stava dirigendo assieme agli altri, ma fu fermato dalla mano dell’esile uomo, che era rimasto in coda.

“Jean, so che non sei un soldato. Non pretendo nulla da te, soltanto che tu non ti faccia ammazzare. Quella pistola ti serve solo per difesa, in caso di estrema necessità. Cerca solo di non farti ammazzare, ok?” Jean lo guardò pieno di riconoscenza; in quel momento aveva capito una cosa importante. Quell’uomo, chiunque fosse, non era un nemico. Anzi, di più: di lui si poteva fidare.

La spiaggia era distante poche centinaia di metri, ma equivalevano a cento chilometri, con gli uomini di Argo a sbarrare il passo. La strada dopo poco declinava, tracciando un morbido declivio dove cresceva dell’erba alta. Anche qualche sparuto albero si prestava ad essere utilizzato come barriera per difendersi dal tiro dei fucili. Il gruppo, in testa Lantan e Tobias, e chiuso dal capo mascherato e da Jean volgeva proprio verso questa macchia, sperando di non essere notati. La loro azione era stata di certo fulminea, ma sulla strada erano scoperti, e c’era da pensare che qualcuno avesse visto le persone che saltavano giù dal veicolo lanciato contro il posto di blocco. A conferma di questa ipotesi vi fu la serie di grida proveniente dal crocchio di uomini rimasti illesi in seguito all’attacco kamikaze.

“Li ho visti scendere prima che ci venissero addosso!”

“Io ne ho visto uno poco fa nei cespugli, laggiù!”

“Guai a voi se ve li lasciate scappare!”

I soldati di Argo ritrovarono in pochi attimi la presenza di spirito. Iniziarono a perlustrare pianta per pianta la zona circostante alla strada, proprio dove i ragazzi si erano nascosti.

“Dobbiamo escogitare qualcosa. Di questo passo ci troveranno in men che non si dica.” Il piccolo capo pensava ad alta voce: lo faceva spesso nei momenti di maggior tensione, in uno scontro.

“Lantan! Copertura!” Lantan si mise in ginocchio e iniziò a sparare. Con due pistole, una in ciascuna mano. Da uno sparo all’altro non c’erano pause. Sviluppava un volume di fuoco impensabile, da solo faceva più rumore di un’intera batteria.

“Voi altri, non restatevene impalati! Seguitemi!”

Si portò dalla coda alla testa del gruppetto, guidandoli attraverso gli sterpi. Prima di arrivare alla discesa che avrebbe portato alla spiaggia, c’era ancora da percorrere metà del tragitto. Correvano, e ciò inevitabilmente li rendeva dei facili bersagli.

“Stanno scappando! Sparate, presto!”

Il fuoco della linea nemica cambiò in gran parte obiettivo: da Lantan, che continuava a sparare senza posa, alle sagome che fuggivano verso il mare. La mole di Tobias, un bestione che a occhio era alto due metri e pesava come minimo cento chili, era come un’insegna luminosa: permetteva di individuare la posizione sua e dei suoi compagni in un attimo. Lantan terminò la sua folle sparatoria: la copertura non serviva più, dal momento che gli altri si erano allontanati e per di più erano stati scoperti. L’omino si gettò a terra, in corrispondenza di una fila più compatta di arbusti. Estrasse la propria pistola dalla fondina, allacciata al torace mediante una striscia di cuoio. Si trascinava dietro l’ingombrante fucile di precisione a canna lunga col quale aveva sventato il primo attacco. Era inutile e pericoloso utilizzarlo in quell’azione di guerriglia; preferì ricorrere ad un’arma più maneggevole. Gli altri tre compagni lo imitarono, subito seguiti, di riflesso, da Jean e Nadia. Anche King si accucciò. Era però lui la variabile più pericolosa: se avesse avuto una nuova reazione isterica agli spari, avrebbe potuto mandare a monte l’operazione, mettendo a serio rischio la vita di tutti. Fino a quel momento sembrò sopportarli; Nadia poteva solo sperare che i suoi nervi durassero abbastanza. I colpi sibilavano al di sopra delle loro teste. Più d’uno cadeva proprio accanto al punto dove si erano sistemati, sollevando ogni volta una nuvoletta di terra. Il comandante sviluppò un’offensiva con la propria pistola, accompagnato dai suoi sottoposti. L’imponente fucile di Tobias faceva fuoco poche volte al minuto; rispetto alle altre armi sembrava che andasse al rallentatore. Il numero dei nemici che riusciva ad uccidere ad ogni colpo era impressionante. Se solo egli si fosse trovato su una postazione rialzata, avrebbe falcidiato facilmente tutti i soldati nerovestiti. Nadia si era mantenuta di proposito lontana di qualche passo dagli uomini che sparavano; come King, anche lei non sopportava affatto gli spari. Anzi, per essere precisi, odiava dal profondo del cuore tutto quello che avesse a che fare con violenza, uccisioni e morte. Fu perciò colta di sorpresa quando sentì partire uno sparo da accanto a lei. Jean, preso dall’euforia del combattimento, stava sparando qualche colpo. Non che facesse del male a qualcuno: la totale mancanza di esperienza e lo stato emotivo sovreccitato facevano sì che i tiri andassero a colpire tutt’al più degli uccelli in volo radente.

“Che diavolo fai?”

“Mi sto rendendo utile, no?” La voce di Jean era quella, innocente, di un bambino sorpreso a giocare con le forbici dalla mamma.

“Smettila! Così ti farai ammazzare.”

“Si stanno avvicinando. Correte, forza!” il piccolo capo fu il primo a rimettersi a correre in direzione della spiaggia. Il suo esempio fu da incentivo per il resto del gruppo, che lasciò la posizione. Jean al contrario non smetteva di sparare ai piccioni. Nadia, paradossalmente, non ricordava di averlo visto così giulivo prima d’ora. Era vero, pensò tra sé, che la guerra era una stupidaggine partorita dalla mente maschile. Se lo trascinò via di peso; era l’unica maniera per non perdere il contatto con gli altri. Il resto del gruppo era riuscito ad arrivare indenne all’inizio della discesa, in quanto il fuoco nemico si era concentrato principalmente su Jean e Nadia, rimasti colpevolmente indietro. Faticosamente, correndo piegati in due per evitare i proiettili, li raggiunsero. Jean riportò la schiena alla posizione originale. Appena compì il movimento, sentì una fitta alla spalla sinistra. Bruciava come il morso di un cobra. La pallottola lo aveva colpito solo di striscio, per fortuna. Perse l’equilibrio, e finì a rotoloni giù dalla collinetta.

“Jean!” Nadia era in preda al panico: lo sapeva, prima o poi sarebbe successo. Quello stupido aveva tirato troppo la corda, e ora ne pagava le conseguenze. Il ragazzo fu fermato da un provvidenziale albero. Non aveva perso i sensi, ma soffriva visibilmente, tanto per la ferita che per l’impatto. Nadia si lanciò al soccorso dell’amico. Aveva dimenticato tutto, i soldati, gli spari, tutto quello che le interessava ora era precipitarsi ad aiutare Jean. Lo aveva quasi raggiunto, quando una figura le sbucò davanti. Non se l’aspettava. Uno degli uomini di Argo aveva intuito le loro intenzioni, ed era sceso a posizionarsi sul pendio. Reggeva il suo fucile con entrambe le mani, mantenendo il calcio sotto il braccio destro. La lama della baionetta arrivava quasi a sfiorare il petto di Nadia.

“Ferma! Alza le mani!” il soldato, sebbene avesse l’ordine di non fare del male alla ragazza, non se la sarebbe lasciata sfuggire. Sotto la maschera, era raggiante. Con la sua iniziativa solitaria, la aveva catturata. Come minimo gli sarebbe toccata una promozione, a capitano, o magari comandante. Lentamente tirò fuori dalla tasca un trasmettitore. Non vedeva l’ora di annunciare al suo capo che aveva catturato l’obiettivo. Tobias, Lantan e gli altri rimasero di sasso: non avevano calcolato che, tra le disciplinate fila delle truppe di Argo, un soldato potesse agire di una sua idea individuale. Nadia, per la foga di aiutare l’amico, si era distanziata. Nessuno poteva correre il rischio di sparare, e magari di colpire proprio lei. L’uomo si portò la radiolina all’orecchio, ma uno sparo lo freddò. Tirò indietro la testa, come se avesse incassato un forte pugno alla schiena. All’altezza della scapola presentava un foro fumante. Il colpo gli aveva perforato un polmone. Cadde a pancia in giù, senza aver avuto nemmeno il tempo di accendere l’apparecchio. Appoggiato all’albero, Jean stava ancora tremando. Alla vista di Nadia in pericolo non aveva esitato. Adesso che l’uomo era morto, si sentiva le braccia frolle. Il senso di onnipotenza, nato dall’aver in mano una pistola, svanì lasciando il posto a tristezza e sgomento.

“L’ho… l’ho ucciso.” Secondo logica avrebbe dovuto essere contento. Aveva salvato appena in tempo la sua adorata Nadia, ma a che prezzo? Sapeva che anche lei aborriva quanto aveva appena fatto. Nadia era sì sgomenta, ma si guardò bene dal rimproverare Jean. Un cinico avrebbe detto che quell’uccisione era stata “causa di forza maggiore”, e magari avrebbe avuto ragione. Non lo sapeva, era confusa; sarebbe stata lì a rifletterci, se il gruppo non li avesse raggiunti. Spezzò così quell’alone di gelo che si era creato attorno al corpo del soldato.

“Bravo, Jean. Sapevo che in caso di bisogno, non ti saresti fatto attendere. Che ti dicevo, Lantan? Avevo ragione o no?”

Lantan glissò: “La fortuna del principiante. E poi un tiro da così vicino non lo avrebbe fallito neppure una talpa.”

Il comandante volle verificare di persona l’entità della ferita di Jean; accertatosi che si trattava soltanto di un colpo di striscio, scardinò il ragazzo dal torpore in cui era caduto. Lo tirò per un braccio; le sue gambe erano pesanti, come incollate a terra.

“È la prima volta che uccidi un uomo, eh? Non preoccuparti, ti passerà presto. Già alla prossima non avrai di questi problemi.”

“Come può parlare in questo modo?” Nadia vomitava rabbia e disprezzo. “Tutti voi non provate niente quando uccidete, non è vero? Non siete migliori di quelle altre bestie.” Nadia non si sfogava urlando, bensì lasciando scorrere ogni parola a denti stretti. Questo la rendeva inquietante: sarebbe stato più normale vederla strepitare come un’arpia, inveendo contro tutto e tutti, piuttosto che rimanere rigida come un pezzo di ghiaccio.

“Mi dispiace, principessa, ma le regole del gioco sono queste: uccidere, o essere ucciso. Non ci sono vie di mezzo. Prima il tuo amico lo capirà, meglio starà con la propria coscienza. E suggerisco anche a lei di pensarci su.”

Gli uomini di Argo nel frattempo avevano raggiunto il punto da cui era caduto Jean. Le grida scomposte e gli spari indussero i ragazzi a rimandare la discussione e mettersi in salvo. Il pendio erboso si tramutava bruscamente in una spiaggia. Questa era piuttosto stretta, larga più o meno come due autovetture messe una accanto all’altra. Corsero parallelamente alle onde che, a intervalli regolari, bagnavano le loro caviglie.

“Hai chiamato il motoscafo?”

“Sì.” Markus mostrò il dispositivo che segnalava la loro posizione. “Sarà qui da un momento all’altro.”

“Sarà meglio che si sbrighi. Non so se i tizi dietro di noi hanno voglia di aspettare.” Il comandante si voltava, per tenere sott’occhio la quindicina di soldati che li rincorrevano a perdifiato. Girandosi nuovamente in avanti, inchiodò i piedi al suolo, finendo quasi per cadere. Davanti a loro si ergeva una parete di roccia, che poneva fine alla fuga. Gli uomini di Argo gli furono addosso in un minuto; questa volta non avevano il benché minimo spiraglio col quale ripararsi. Erano faccia a faccia con la morte, ben rappresentata dai fucili spianati.

“Ora basta con i giochi. Consegnateci la ragazza, o vi uccidiamo tutti come cani.” Il capo mascherato sudava freddo. Era chiuso in trappola. Gli attimi passavano inesorabili.

“D’accordo. Come preferite.” Il comandate del drappello di Argo alzò il braccio destro in aria: si preparava all’esecuzione. Un ronzio di sottofondo nell’aria, nel frattempo, cresceva sempre più d’intensità. Qualcuno dei soldati del plotone era distratto dal rumore insolito, e tendeva l’orecchio aldilà della parete, oltre la quale esso sembrava provenire. All’improvvisò, sbucò fuori un gommone, che schizzava sull’acqua come spinto da una violenta ondata. Sulla sua punta anteriore c’era una mitragliatrice. L’uomo posto ai comandi di essa fece fuoco non appena inquadrò il bersaglio. L’impressionante scarica li sterminò in un secondo, lasciando di stucco Jean e Nadia. Dal cumulo di cadaveri sulla sabbia fuoriusciva una colata di sangue, che veniva trasportata via dai flutti.

“Te la sei presa comoda. Ancora un po’ e ci trivellavano.” I due ragazzi, attoniti, furono letteralmente presi di peso da Tobias, che li depose all’interno del motoscafo. Quando tutti furono a bordo, esso partì, scivolando sull’acqua a grande velocità, allontanandosi dalla spiaggia dove si era consumata la carneficina.

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