Il Mistero della Pietra Azzurra

La Resurrezione di Atlantide
*
By Antares


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Il livello di guardia all’interno dell’Archon era già alto prima dell’attacco ai due sommergibili di Argo: da quel momento in poi, l’attenzione posta nel controllare ogni cosa divenne addirittura maniacale. I turni vennero raddoppiati. Ciascun uomo doveva essere pronto ad intervenire, in caso di bisogno. Qualsiasi elemento che turbasse la monotonia del fondale oceanico veniva esaminato con cura. Né un banco di pesci, un rilievo, una debole corrente, veniva trascurata. Era passato tutto al setaccio dei sofisticati strumenti di bordo. Tutti credevano che la rappresaglia di Argo sarebbe arrivata molto presto. Sebbene fosse un tipo calcolatore, nella sua personalità aveva un posto di favore anche l’istinto per la vendetta. Invece la navigazione proseguì senza intoppi. Si puntava decisi verso il Capo di Buona Speranza. Il viaggio per arrivare fin laggiù era stato lungo, e lì ad aspettarli vi era un punto assai pericoloso. Jean sapeva, dai racconti dei marinai francesi che conosceva, che per riuscire a doppiare il Capo serviva un abilissimo timoniere, oltre che a una buona dose di fortuna. Non sapeva però quanto quelle testimonianze fossero rapportabili a ciò che lui stava vivendo; quei marinai si riferivano alle comuni navi mercantili. Per abbreviare i tempi di viaggio, e di conseguenza quelli di consegna della merce, si preferiva passare a un pelo dalle sporgenze rocciose. I rischi a dir poco si centuplicavano. Molte navi così facendo avevano terminato miseramente la loro corsa. Con l’Archon però era diverso. I vortici, terrore dei marinai, capaci di far girare in tondo una barca per ore prima di trascinarla in un abbraccio fatale, non erano nulla rapportati alla sua mole. Erano ben altri i pericoli da cui guardarsi. Nadia in quei giorni tempestò Jean di domande sull’accaduto. Per una qualche coincidenza, si era trovato ad essere in cabina di comando, al momento dello scontro. Lei, dalla sua camera, aveva vissuto l’esperienza in modo totalmente diverso. Prima di tutto aveva sentito un rumore lontano, sordo. Non dava l’impressione di essere un’esplosione, tanto era attutita. Si accorse poi che tutto attorno a lei si era messo a tremare. Solo grazie a Jean capì che quel tremolio generale era causato dalle vibrazioni dello scudo magnetico.

“Un’altra invenzione destinata ad uccidere…” fu il suo laconico commento. Senza preavviso la stanza prese a inclinarsi da una parte e dall’altra, seguendo le brusche manovre dell’Archon. L’attacco agli sharker era arrivato in uno di quei momenti in cui Nadia, rimasta sola, cercava di riattivare la pietra. Non aveva la più pallida idea di come potesse fare. Si ricordò di quando ne scoprì le mirabolanti proprietà: per farla funzionare bastava semplicemente pensare, concentrarsi un attimo su quello che si voleva facesse. E per magia la pietra obbediva. Seduta sul letto, stringendo la pietra a sé, corrugava la fronte e gli occhi. Si sforzava, una volta, due, senza riposo. Svuotava la mente, convogliava le proprie energie sulla pietra, nella speranza che tornasse a brillare di una abbacinante luce azzurra, come un tempo. Così impiegò più e più giorni, senza arrivare a risultati. Nessuno le metteva fretta, a parte qualche stupido del calibro di Lantan. Quando egli la incontrava, non aveva di meglio da dirle che: “Allora? Non sei ancora riuscita ad attivare quel coso? Bah, fin dal principio avevo pensato che tu fossi una buona a nulla!”

Quando Jean era con lei la situazione non si surriscaldava: con le buone o con le cattive, la portava via. Quando invece Nadia era sola, faccia a faccia col bel biondino, lanciava strilli che echeggiavano nell’intero sottomarino, da prua a poppa.

“Calma, calma, stavo scherzando. Siete tutte così, voi donne. Se qualcuno vi critica, montate subito su tutte le furie. E come tutte le donne tu non fai eccezione, Nadia. Quando ti infuri diventi bellissima… a dir poco affascinante.”

Avesse detto Jean una cosa del genere, si sarebbe generata un’ecatombe. Primo, il ragazzo avrebbe portato ben visibili sul viso i segni delle cinque dita di Nadia. Secondo, ella gli avrebbe tenuto il muso per giorni. Invece quell’apprezzamento, dalle labbra di Lantan, aveva un altro sapore. La rabbia, come era nata, altrettanto rapidamente si dileguò. La ragazza non riuscì a non arrossire al complimento, e per non prestare il fianco alle avancés girò i tacchi e scappò in camera sua. A meditare, sullo sconvolgimento che quel bellimbusto arrogante e superbo era in grado di provocarle. Si guardò bene dal confidarsi con Jean anche di questo. Con lui parlava di tutto, ma argomenti di quel tipo richiedevano una donna come interlocutrice. E il fatto di cominciare a pensare come una ragazzina stupida la  rendeva ancora più furiosa con se stessa. Dopo altri tediosi giorni, tutti rigorosamente uguali uno all’altro, si pervenne al Capo. O meglio, al fondale ad esso prospiciente. Anche Electra decise, per guadagnare tempo prezioso, di stringere più possibile la manovra di doppiaggio. I bastioni di roccia dalla Table Moutain, in superficie, si fondavano al di sotto della superficie dell’acqua, dando vita ad una ripida parete. Di fronte all’imponente scarpata, lunga una decina di chilometri, vi era un altro complesso roccioso. Questo non affiorava in superficie, ma visto dal fondo si presentava come un vero altopiano. La sua sommità era pianeggiante, abbastanza larga da ospitare una piccola città. Il passaggio si poteva fare con maggiore sicurezza se questo fosse stato aggirato. Ma avrebbe comportato la perdita di ore, se non di un giorno intero. La scelta fu immediata. L’Archon era impossibilitato a navigare radente al fondo; numerosi pinnacoli, di dimensioni e altezze differenti, avrebbero reso uno slalom lì in mezzo un inferno per chiunque. A Nadia e Jean, fu comunicato di rimanere nelle rispettive stanze. Jean, manco a dirlo, infranse l’ordine, e andò in quella dell’amica. A sorpresa, si accorsero che le porte erano state serrate. Sigillate, chiuse dal computer centrale, com’era previsto nei casi di emergenza.

“E ora che diavolo succede?” imprecò Jean prendendo a pugni la porta, inesorabilmente bloccata. “Hanno chiuso la porta.”

“Avranno trovato un altro dei sommergibili nemici, e affinchè tu non vada a ficcare il naso di nuovo, hanno pensato bene di chiuderti dentro.”

“No, Electra crede che io ora mi trovi nella mia stanza. Perché avrebbe chiuso la tua, allora? No, dev’essere qualcos’altro.”

“È comunque come dico io. Si preparano ad un’altra battaglia, e chiudono le porte per sicurezza.”

Il poderoso sottomarino si addentrava nello stretto passaggio. Lo spazio di manovra era limitatissimo: il tratto fra l’altopiano e la scarpata permetteva a stento il transito di un bestione di quella stazza. I piloti dovevano stare ben attenti agli ostacoli. Essi si servivano di un impianto radar, che ricreava il modello a tre dimensioni del varco. In teoria si poteva attivare lo scudo per prevenire gli urti accidentali. Ma questo aveva una carica limitata nel tempo, e in caso di attacco non doveva presentare crepe. I motori furono mandati al minimo. Ogni metro strappato allo stretto era una conquista. Faticosamente l’Archon arrivò a metà del percorso. I navigatori erano stati bravissimi nel manovrare con la sensibilità di uno scassinatore. La rimanente strada sembrava, per fortuna, più agevole. L’altopiano si incavava, creando una zona più larga. Soltanto alla fine si intravedeva una strettoia, che comunque non era così difficoltosa come il punto d’entrata. Gli sguardi erano tutti puntati verso questa frontiera, quando il crescente ottimismo e l’aria distesa furono distrutti dal segnale di pericolo. Il “bip” martellava nelle orecchie di Electra. Credeva di aver portato la sua nave al sicuro, e invece il pericolo maggiore stava per caderle addosso.

“Capitano! Tre… anzi no, cinque sharker davanti a noi.”

I sottomarini erano sbucati fuori dal loro nascondiglio, dietro i muraglioni che segnavano l’uscita dallo stretto passaggio. Appena avvistati, Electra diede ordine di fermare le macchine. L’Archon si confuse con le rocce del paesaggio circostante, ma era impossibile che i radar non segnalassero la sua presenza. I cinque mezzi rimasero immobili, quasi attendendo la prima mossa dell’avversario. La donna non si capacitava di questa improvvisa apatia. La situazione era a loro vantaggio. Perché non attaccavano? Il successivo allarme le spiegò ogni cosa. Comprese che quello non era un blocco, ma una trappola in piena regola. E lei ci era cascata in pieno.

“Capitano! Ne abbiamo altri cinque! Sono dietro di noi. Ci hanno chiuso…” Echo era terrorizzato.

Le iene avevano stretto il leone in una morsa. Sia davanti e dietro, sia ai lati, le vie di fuga erano precluse. L’unica libera era rappresentata dall’emersione. Ma non avrebbero mai avuto il tempo a disposizione per arrivare fino in superficie. Non rimaneva che combattere. Entrambi i gruppi di sharker cominciarono ad avanzare. Le bordate sarebbero arrivate a secondi. Electra ebbe solo il tempo per ordinare l’accensione dello scudo. Poi, il caos. Dai sommergibili a forma di squalo prese vita un volume di fuoco impressionante. Nel tempo in cui uno di essi ricaricava il tubo di lancio, altri cinque potevano lanciare a loro volta. All’Archon non era lasciato un solo istante di respiro. I siluri, esplodendo contro il guscio magnetico, riflettevano l’impatto sulle rocce circostanti. Alcuni dei detriti più grossi si schiantarono sul ponte di prua. In quel punto, tra siluri e massi, lo scudo stava già per frantumarsi. La polvere alzatasi non fermò gli sharker, che bersagliarono senza sosta l’impotente gigante. Tutto il sottomarino tremava, come se stesse per spezzarsi. Gli stessi Jean e Nadia furono sballottati come fuscelli da una parte all’altra.

“Te l’avevo detto! Fuori stanno combattendo.” Nadia cercava di reggersi come poteva agli orpelli della parete.

“L’altra volta non è stata così. Sta succedendo qualcosa di diverso…” Jean, che si era attaccato a delle mensole in un angolo, fu sbalzato via. Si ritrovò a ballare al centro della stanza. Anche Nadia perse la presa, finendo lunga sul letto. Un nuovo sobbalzo spinse il ragazzo contro di lei; urtò sullo spigolo laterale del materasso. Un secondo dopo, la sua faccia era affondata nei seni di Nadia.

“Cosa state aspettando? Rispondete al fuoco!”

Electra spronò i suoi a reagire. Offrirsi in quel modo all’offensiva nemica li avrebbe condotti a morte sicura. Il rimedio fu però peggiore del male, perché i siluri lanciati contro il gruppo a prua esplosero, colpiti dalle torpedini nemiche, all’altezza dello scudo. In sala di comando si accese un nuovo indicatore rosso, questa volta in prossimità dell’alone rosa che circondava il sottomarino.

“Capitano. Lo scudo è al lumicino. Tra poco si esaurirà.”

Non c’era più tempo. Electra aveva una sola possibilità per salvare l’Archon e i suoi occupanti; si convinse a mettere in pratica l’ultima folle idea rimastale a disposizione.

“Motori indietro tutta.”

“Come, capitano?”

“Ho detto motori indietro tutta! Non ci senti, forse?”

Markus eseguì riluttante. Il sottomarino cominciò la sua marcia all’indietro, diretto verso il secondo gruppo di sharker, che continuavano imperterriti il bombardamento.

“Capitano, così ci schianteremo contro di loro.”

È quello che voglio. Ma Electra non rispose; mantenne lo sguardo deciso, rivolto verso lo schermo di rappresentazione dell’ambiente esterno.

“Tenersi pronti all’impatto. Distanza cento metri.” Markus iniziava, impietoso, il suo conto alla rovescia. Il capitano non diede nuove disposizioni. Il suo piano ormai era chiaro. Non potendo sparare, l’unica cosa da fare era speronarli.

“Cinquanta… venti… attenzione!”

L’Archon cozzò contro gli sharker a poppa, che non erano arretrati di un centimetro nonostante si vedessero venire addosso l’imponente nemico. Ben tre esplosero entrando in contatto con lo scudo magnetico; già al limite della resistenza, questo si dissolse e l’indicatore rosa sullo schermo si spense. I rimanenti due del gruppo di coda andarono a sbattere contro le vicine rocce. In quella si verificò il fenomeno a cui tanto Jean aveva pensato nei giorni addietro, e che aveva temuto. Nella gola irruppe una violentissima corrente, che inghiottì tutti i sottomarini. Aveva l’impeto di un fiume, e quelle meraviglie dell’ingegno umano non riuscirono a opporre che la resistenza di sassolini alla sua violenza. Electra prese la palla al balzo.

“Motori avanti tutta, ora!”

Markus spinse la velocità al massimo. L’Archon puntava deciso contro gli sharker a prua. La corrente aveva sbandato anche loro. Era l’unico evento che potesse indurli a smettere di sparare. I piloti per quanto si sforzassero non riuscivano a mantenere il giusto assetto. Li prese il terrore quando, assolutamente non previsto, videro il muso dell’Archon che si incuneava tra le loro file. Lo scontro fu violentissimo, molto più del precedente, perché non vi erano più difese a frapporsi. In quest’ultimo la confusione si espandeva freneticamente. Electra faceva fatica a ignorare le segnalazioni di danni e guasti, mantenendo il sangue freddo. L’unione della spinta dei motori e di quella dell’acqua lo fece schizzare in avanti, lasciandosi alle spalle gli sharker a lottare con vortici e mulinelli.

 

 

“Finalmente vi siete degnati di venire a vedere come stiamo. Bravi, complimenti.”

Lo spettacolo che si parava davanti agli occhi di Menjor aveva del ridicolo. Nadia, inviperita, guardava fissa il muro pur di incrociare lo sguardo di Jean. Il ragazzo stava in piedi, di fronte a lei. La sua guancia destra era rossa come un melograno, e ne possedeva la stessa consistenza. La sua espressione era sconsolante: la cosa più patetica e più esilarante della situazione.

“Jean, cosa è successo qua dentro?”

“Niente, Menjor… lascia stare. Piuttosto, dicci, a cosa era dovuto tutto quel rollio? abbiamo incontrato altri sottomarini?”

Menjor si era fatto un’idea tutta sua. Nella sua mente Jean, approfittando delle porte chiuse, si era fiondato sulla bella moretta. Evidentemente le sue doti di casanova erano arrugginite, come dimostrava la papagna sul suo viso. Le risate sfondavano letteralmente le labbra, che faceva di tutto per mantenere sigillate.

“Menjor, Menjor, per favore. Non è aria. Allora, cos’è successo?”

Menjor ricacciò in gola i suoi soliti singhiozzi e spiegò l’accaduto: l’agguato, la barriera in frantumi, i vortici e la rocambolesca fuga.

“Ci hanno teso una vera e propria trappola, insomma. Ma li abbiamo seminati, siamo sicuri che non ci stiano inseguendo?”

“Lo scontro è terminato più di un’ora fa, e noi abbiamo spinto al massimo per allontanarci. No, abbiamo lasciato i nostri amici con un palmo di naso. Almeno, quelli che sono rimasti in vita.”

Il commento fece arricciare il naso di Nadia. Avrebbe iniziato un’altra delle sue discussioni sul valore della vita, sulla loro insensata crudeltà, e via dicendo, ma era troppo arrabbiata con Jean. Il volo d’angelo sul suo corpo, anche se involontario, non le era affatto piaciuto.

“E ci sono stati danni?”

“A iosa. Non solo il generatore del campo di forza si è sovraccaricato, e bisognerà ripararlo, ma da tutti quei colpi sono state tartassate anche le paratie esterne. In più punti si sono spaccate. Alcuni scomparti si stanno allagando. Dobbiamo per forza fermarci da qualche parte, per sostituirle.”

“Non si può farlo qui, in mare aperto?”

“Scherzi? Se ti ho detto che l’Archon sta bevendo più acqua di una spugna! O forse vuoi sostituire tu i pannelli rotti, magari anche quelli della parte inferiore. Se ti fai dare una bombola d’ossigeno magari ci riesci, chissà.”

“D’accordo, d’accordo. Ho capito. E dove ci fermeremo? Su un’isola?”

“Sarebbe l’ideale, ma qui intorno non c’è nemmeno uno scoglio. La più vicina è a centinaia di chilometri, e in questo stato non ci arriveremmo mai. No, una volta doppiato Capo Agulhas risaliremo la costa sudafricana cercando un luogo disabitato dove arenarci. Lì potremo lavorare con calma.”

“E Argo? Come la mettiamo con lui?”

Menjor sorrise; un sorriso amaro, non la solita irrefrenabile esplosione di gioia.

“Daremo tutti una mano nelle riparazioni. Per il resto, possiamo solo tenere le dita incrociate.”

“Se è così voglio essere d’aiuto anch’io. Ho rotto talmente tante delle mie invenzioni! Di certo non avrò problemi nemmeno ad aggiustare l’Archon.”

“Da come parli sembra che tu voglia rimetterlo a posto tutto da solo. Ma va bene, ci servirà tutto l’aiuto possibile. E tu Nadia, cosa vuoi fare?”
Nadia si girò per la prima volta da che Menjor era entrato. Il suo sguardo non era dei più promettenti. Pareva che le avessero proposto di sgozzare un bambino.

“Non sarò vostra complice. Con questo sottomarino voi fate stragi su stragi. Non alzerò un dito, stanne certo.” Menjor per nulla turbato dalla scontrosa reazione tornò a rivolgersi a Jean.

“Non è certo un obbligo. Vorrà dire che il tuo lavoro lo affibbieremo a Jean, visto che ha tanta volontà di lavorare. Ne avessi avuta io, mi sarei trovato un’occupazione sulla terraferma; una che mi avrebbe fatto guadagnare una montagna di soldi, perché no? Altro che girovagare per il mondo su una salsiccia di ferro e acciaio.”

Il ragazzo dai capelli a boccoli rise di gusto, riempiendo la stanza della sua ilarità. Questa volta Jean non fu immune alla sua vena comica, e anche lui proruppe in un’allegra, quanto spensierata, risata.

Quando Menjor aveva accennato ad un arenamento, aveva creduto che stesse esagerando, o che usasse un termine improprio. Invece arenarsi fu effettivamente quello che l’Archon fece. Appena trovata una parte di costa sabbiosa abbastanza lunga, prendendo un discreto abbrivio si catapultò sulla spiaggia. Non fu affatto facile trovare in punto giusto. Man mano che procedevano a rilento, dilaniati dalle bombe nemiche, passavano in rassegna rocce su rocce. Tutte montagne o altopiani che si lanciavano direttamente nell’acqua. Il momento dell’urto poi fu drammatico. I danni esterni, già ingenti, furono ulteriormente esacerbati dall’ammaraggio poco ortodosso. I rotori del sottomarino rimasero a mollo nell’oceano: lo spazio a disposizione non permetteva un completo parcheggio dell’enorme mezzo, e tra l’altro se anche questi avessero toccato terra sarebbero stati inutili per la locomozione e il ritorno in acqua. L’equipaggio scese squadra dopo squadra. Fu deciso di effettuare i lavori senza nessuno a bordo, per motivi di sicurezza. Almeno così Electra aveva disposto. Anche lei era scesa dal suo piedistallo, scendendo a terra per dirigere le operazioni. La squadriglia di sharker aveva fatto più danni di un ciclone. La metà dei pannelli corazzati era ammaccata, nel migliore dei casi, o completamente distrutta. Le falle raggiungevano dimensioni colossali. Jean, osservandole da terra, si stupiva di come fossero riusciti a non affondare. La prima fase fu infatti quella di vuotare gli scompartimenti allagati. L’acqua spesso aveva intaccato ciò che il guscio esterno aveva protetto. Numerosi gruppi elettrogeni risultarono danneggiati, e quindi inservibili. Fortunatamente i motori erano indenni. Il doppio strato di titanio li aveva custoditi a dovere. Nadia, lasciando Jean alla sua estasi intellettuale, si stupì notando di quanto il numero dei marinai era cresciuto rispetto a quelli del Nautilus. Non ne conosceva il numero esatto, come non poteva mettersi a contare gli uomini sulla spiaggia uno per uno, però il colpo d’occhio era da mozzare il fiato. Si diede apposta da fare per trovare una rupe, una qualche sporgenza rialzata da cui rimirare la massa di corpi al lavoro attorno al gigante ferito. Sembravano formiche tagliafoglie che portavano ognuna il suo pezzo di foglia alla colonia. Nadia distolse l’attenzione dai lavori per meravigliarsi del luogo in cui era stata condotta. Un vero paradiso terrestre. Alberi in quantità, pini marittimi, acacie, e altri ancora di cui a stento ricordava le forme, i colori, gli odori. Quella terra aveva esattamente questo di affascinante. L’odore. Faceva fatica nel descriverlo, anche a se stessa. Era odore di piante, di animali, di sabbia e polvere, di mare in tempesta e di nuvole foriere di pioggia. Era odore di spazi sconfinati, avvolgenti e liberi. Già, era questo il bello di quella terra. La libertà. Tutto quanto attorno a lei, quanto poteva vedere, sentire e toccare, era libero. Libero dagli schemi di una società frettolosa e materialistica, libero dall’avidità dell’uomo, dalla sua arroganza, dai suoi mille difetti. Era il regno della natura. Si sentiva quasi un’estranea in quel mondo magico. La brezza proveniente dall’entroterra le scompigliava i capelli. Si girò in direzione del vento, allargando le braccia e buttando indietro la testa. Avrebbe voluto spiccare il volo. Decollare come un aquilone sulle immense distese dell’Africa. Non percepiva nemmeno il clangore delle lastre di ricambio, estratte dai capienti magazzini dell’Archon e depositate dalle macchine operatrici sulla spiaggia. Meglio così, se le avesse viste le avrebbe giudicate un vilipendio alla bellezza del luogo. Jean la individuò con qualche attimo di ritardo. Erano scesi assieme, ma ella si era allontanata da subito. La vide su una roccia, in una posizione strana. Ricordava un po’ quella del Cristo.

“Non è cambiata di una virgola, eh Jean?”

Jean si voltò. Ammirando l’amica, non si era reso conto di chi l’aveva avvicinato. Era dalla sua intrusione in cabina di comando che aveva desiderato parlargli. I suoi chilometrici capelli, neri come il petrolio, non davano problemi di individuazione. Avrebbe riconosciuto Echo dovunque.

“Echo! Ciao, come stai?” I due si abbracciarono, da fraterni amici. Ai tempi del Nautilus avevano stabilito un buon rapporto. Erano entrambi contenti di riallacciare un’amicizia dopo tre anni.

“Nadia è sempre la solita, vedo. Guardala, è contenta come una bambina a cui è stata comprata una bambola nuova.”

“Sì. Non sopportava più l’ambiente chiuso dell’Archon. Quelle cabine saranno anche iper-   tecnologiche, ma alla lunga ti montano su la depressione.”

“Come darti torto… D’altro canto non abbiamo altra scelta. Stiamo vivendo tempi difficili, non possiamo certo permetterci di fare una vacanza a fine mese per riprendere lo spirito.”

“Non sarebbe una cattiva idea.”

Jean ed Echo andarono avanti a parlare, incuranti dei rimbrotti che ricevevano ogni tanto dagli altri ufficiali per incitarli a lavorare. I discorsi spaziavano dal tempo, alla loro situazione attuale, alle novità dell’Archon, fino ad arrivare al capitolo più scomodo: quello affettivo.

“Dimmi, Echo. Non stai più con Icolina? Un tempo voi due avevate progettato di mettere su famiglia, o mi sbaglio?” il ricordo di Icolina era sempre piacevole. Era la ragazza più bella che avesse mai visto. Dopo Nadia, naturalmente. La sua aria sbarazzina gareggiava con i toni duri, quasi maschi, di Electra. Ricordava anche che i ragazzi del Nautilus erano tutti suoi ammiratori, al punto che avevano formato un fan club in suo onore. Club che, guarda un po’, era stato fondato proprio da Echo. Il volto del ragazzo divenne però cupo al nome di Icolina.

“Icolina. Già. Non la vedo più da tempo. Da anni, ormai. Mi lasciò con poche parole. Diceva che per lei non ero niente, una semplice avventura, un’amicizia nata in tempo di guerra, ecco che diceva. Mi ripeteva in continuazione che ero immaturo, che non sarei mai cresciuto. Ho provato a convincerla che mi sarei sforzato di migliorare, ma non c’è stata storia. Dopo la sconfitta di Argo, tre anni fa, uscì dalla mia vita, così. Come un soffio di vento.”

Jean era congelato. Mai si sarebbe aspettato che l’idillio fra i due finisse così. Su iniziativa di Icolina, tra l’altro. Mentre Echo terminava il suo melodramma, considerava quali parole dirgli per smorzare il dolore, che sorvolare su quel penoso capitolo. Una voce, dalle sue spalle, lo distrasse.

“Echo! Vuoi piantarla? Non ho ragione a dire che sei un immaturo?”

Jean si voltò. Il volto era quello di sempre, liscio come una pesca e ambrato come un dattero. Gli occhi, lucenti, sorridevano felici. Anche l’abbigliamento si era mantenuto simile: camice bianco, sormontato da un cappello ornato da una croce rossa. Gli anni avevano donato ad Icolina una bellezza ancora più folgorante.

“Icolina! Mi hai interrotto una prestazione da primo premio! Dai, non mi era mai venuta così bene…” Echo bofonchiava, ma fu indotto al silenzio da uno scappellotto amichevole della ragazza.

“Volete dire che… tutto quello che mi ha detto…”

“Scusalo, Jean. Echo è diventato molto più stupido, rispetto all’ultima volta che ci siamo incontrati. Adesso ha la fissa per il teatro. Si crede un grande attore, e racconta delle stupidaggini al primo malcapitato che ha sotto mano.”

“Non sono stupidaggini, ma alti capolavori di improvvisazione scenica. E poi perché chiami il mio pubblico malcapitato? Chi assiste alle mie prestazioni è un privilegiato, sappilo.”

“Cosa ti dicevo? Qualche rotella gli si sarà fusa. Dovremo chiamare Markus per una controllatina…”

“Perché non mi controlli tu, infermierina?” Echo la cinse ai fianchi, tirandola a sé. Icolina si dimenava, ma il suo tentativo di liberarsi sapeva di civettuoleria. Infatti, quando il giovane le porse le labbra, lei non si fece pregare, posandovi le sue.

“Allora avevo visto giusto. Alla fine vi siete sposati, complimenti!” Icolina si staccò malvolentieri dal contatto con l’amato.

“No, Jean. Vedi, questo era il nostro progetto. Credevamo che non ci sarebbero stati problemi, dato che Argo era morto. Invece ha pensato bene di ricomparire dal nulla, così…”

“Così abbiamo deciso di posticipare. Se ci fossimo sposati, non avremmo seguito Electra. Non ci ha certo obbligati, ma non potevamo tirarci indietro. Dopotutto, è merito suo se noi due ci siamo incontrati.”

Echo finì la frase al posto della ragazza, che dava il suo consenso dallo stretto abbraccio in cui si era sepolta.

“E tu, Jean, cosa ci dici di bello? Hai sempre avuto un debole per Nadia, no?”

“Insomma, hai concluso qualcosa?”

“Echo! Ma ti sembra il modo?” Icolina lo punì con una gomitata nello stomaco, per fortuna non troppo violenta.

“Bè, ecco…” Jean spiegò a smozzichi l’evolversi della sua storia con Nadia. Se di storia si poteva parlare, dato che lei si era voluta trasferire a Londra, alla ricerca della tanto amata indipendenza. Parlò loro dei contatti epistolari, delle rade volte che si vedevano di persona. Accennò anche al sogno, che lo aveva spinto a cercarla oltre Manica, e alle sue reazioni non proprio felici ai contatti accidentali che vi erano stati tra loro.

“Jean, Jean! Non mi puoi cadere così! Continui a girarle intorno da anni, e non sei riuscito a strapparle nemmeno un bacio? Andiamo male, mi sa che hai bisogno di un po’ di lezioni dal sottoscritto. Modestamente, con le donne ci so fare. Non ne ho trovata una che non sapesse resistermi.”

“Ah sì?” Icolina, stizzita, si staccò dal fidanzato. “Tu non me la conti giusta, signorino. Ora vado a dare un saluto a Nadia, poi noi due faremo i conti. In privato!”

Icolina marciò via come un soldato che si recava al fronte, tra le risate di Echo.

“Mi fa impazzire quando fa la gelosa. È un lato di lei che amo, guai se cambiasse. Ho bisogno di sentirla attaccata a me. Sai, qualche volta penso che io non sia abbastanza per lei. Guardala. È una dea in terra. Spesso ho davvero paura. Paura che mi lasci sul serio.”

Jean la guardava rapito. Non Icolina, di cui comunque stimava la bellezza fisica e la dolcezza interiore. Fissava un’altra dea, per la quale le parole erano superflue. Nella sua mente, nella solitudine della sua stanza della casa di Le Havre, aveva passato in rassegna ogni complimento possibile. Credeva di averli usurati a furia di rimuginarci sopra. Se fosse stato un poeta, ne avrebbe inventati di nuovi.

“Jean. La ami, non è vero?”

Il ragazzo fece schizzare il ciuffo rosso in direzione di Echo. L’aveva tirato fuori dalla sua estasi.

“Cosa… cosa hai detto?”

“Dai, non fare il cretino. Hai capito benissimo. Dì quello che provi, forza. Tanto lei non ti può sentire, a meno che tu non abbia una microspia addosso.”

“È difficile da dire, Echo. Io… penso di sì, ma… il fatto è che non ho mai provato una cosa simile. Hai presente quando… sei disposto a dare la vita per una persona? Quando non pensi altro che a lei, al suo bene, anche se questo dovesse coincidere con la tua rovina? Ecco, è questo che provo quando penso a Nadia. E la penso sempre.”

Echo abbozzò un sorriso, per poi lasciar cadere una mano amichevole sulla spalla del ragazzo.

“Ce ne fossero uomini come te, Jean. Nadia è molto fortunata.”

Il contatto tra i due durò quegli attimi necessari a creare una nuova complicità. Avevano una cosa in comune, nella loro grande diversità. Pur in tempi di disgrazie, avevano avuto la forza di cercare un fiore nel deserto. Quel fiore aveva i connotati di un angelo, e il suo stesso profumo. Le zampe orsine di Tobias ruppero l’idillio, riportando entrambi alla realtà.

“Pensate di poter venire a darci una mano, o rimanete qui a chiacchierare ancora un po’?”

“Va bene, Tobias. Cediamo alla violenza.”

Le ore successive furono massacranti. Sotto lo sguardo vigile di Tobias, i due furono costretti a recuperare quanto non avevano fatto in precedenza. Le lamiere nuove pesavano una tonnellata sui muscoli poco sviluppati di Jean. Faticava non poco nel trascinare gli enormi blocchi di metallo. In effetti, quando si era offerto per dare una mano nel lavori, non credeva che avrebbe dovuto faticare tanto, ma non poteva certo tirarsi indietro. Le paratie di ricambio furono esaurite quasi del tutto. Jean non poté fare a meno di pensare che, in caso di un attacco deleterio come il precedente, si sarebbero trovati nei guai senza pezzi di scorta. Ad ogni modo questo fu il suo ultimo pensiero al termine della lunga giornata di lavoro. Rimuginava tra sé che non aveva mai lavorato così sodo in vita sua, e che se l’avesse visto ora la zia avrebbe finalmente cambiato opinione su di lui. Se non altro il rancio, a sera, faceva recuperare gran parte delle energie spese. A cena tutto l’equipaggio aveva preso posto in lunghe panche. Spartane, ma funzionali. Jean salì in piedi sulla sedia, per cercare da un punto di vista migliore la sua Nadia, ma non la trovò. Di nuovo a terra, comprese che era logico che non ci fosse. Nel nutriente pappone del cuoco c’erano pezzi di carne grossi come dita. Nadia solo a vederle avrebbe iniziato una filippica delle sue. Con pazienza, si procurò un pasto vegetariano, a base di spinaci e carote. Non era il massimo, ma dopotutto era lei stessa che si imponeva una simile dieta. In tutto il giorno non si era degnata di scendere dalla rupe su cui si era arroccata. Aveva trascorso un po’ di tempo con Icolina, ma quest’ultima fu presto richiamata dalla propria occupazione di infermiera. C’era sempre qualcuno che, maneggiando male una sega circolare o un tranciante, si apriva ferite impressionanti. Jean risalito il pendio trovò la ragazza accoccolata a terra, con le gambe penzoloni al di là dello spuntone roccioso. Guardava il tramonto. Il sole, arrossato, sembrava occupare l’intero orizzonte, e colorare il mare dei suoi riflessi rossastri. C’erano mille scintille, sull’acqua, che danzavano una accanto all’altra. Nadia guardò il ragazzo soltanto con la coda dell’occhio. La sua espressione era assieme malinconica e nervosa.

“Cosa vuoi?”

“Sono venuto a portarti qualcosa da mangiare. Oggi a pranzo non c’è stato il tempo di mangiare, tra una cosa e un’altra. Non ti ho visto ai tavoli con gli altri, così ho pensato che fossi qui.”

“Và via. Non ho fame.” Nadia negò a Jean anche quel misero sguardo, dedicando la propria attenzione di nuovo al sole che si tuffava nell’oceano.

“Nadia, cosa ti succede ora? Con chi ce l’hai?” Jean si avvicinava, timidamente, alla ragazza nonostante la sua accoglienza freddino.

“Non lo capisci? Hai aiutato quegli assassini, lì sotto. Ti sei dato da fare tutto il giorno per riparare quel sottomarino, senza pensare che è uno strumento di morte.”

“Bè sì, da un punto di vista non hai tutti i torti.” Le immagini dei primi due sharker che esplodevano erano ancora ben fisse nella mente del ragazzo.

“Da un punto di vista? Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?” Nadia si sollevò, furibonda come non la vedeva di rado.

“Hanno ammazzato tutti quegli uomini come se fosse niente. Non sono altro che bestie. Si credono migliori di Argo, ma non lo sono affatto. Anzi, sono molto peggiori.”

Jean in una frazione di secondo posò il largo piatto a terra, e si fiondò sulla ragazza. Le afferrò le spalle, facendola girare a forza. Poi, un sonoro schiaffo. Nadia ne fu scossa ben al di là del semplice colpo fisico. Non poteva nemmeno accarezzarsi la guancia. Jean le teneva stretti entrambi i polsi.

“Nadia, sei tu che non capisci. Anche io pensavo che la loro fosse semplice crudeltà. Poi ho capito una cosa. Mi sai dire che sarebbe successo, se non fossero intervenuti con decisione? Se malauguratamente fossero riusciti a catturarti, magari prima ancora di mettere piede sull’Archon?”

Nadia, per la prima volta, fu ridotta al silenzio da Jean. Non si ricordava di una tale dimostrazione di sicurezza e decisione, da parte dell’amico.

“Jean, io…”

“Non è solo per la pietra. Tutti, a bordo dell’Archon, ti vogliono bene. Non dimenticarti che per la maggior parte sono gli stessi ragazzi che hai conosciuto sul Nautilus. Sarebbe stata una perdita gravissima, vederti finire in mano di Argo. Per tutti. Soprattutto… per me.”

Jean lasciò cadere i polsi dell’amica, rassegnato a vedersi gonfiare di nuovo le guance, nella migliore delle ipotesi. Invece Nadia buttò alle ortiche i propositi di belligeranza. Sollevò una mano, per accarezzare il volto del ragazzo. I loro sguardi si compenetrarono l’uno nell’altro. Istintivamente, Nadia sollevò le punte. Spingeva il proprio viso verso quello del ragazzo. Lei stessa si meravigliava dei propri sentimenti, che la travolgevano come un fiume in piena. Mai però, naufragio fu più dolce.

“Jean! Nadia! Cosa fate lassù? Muovetevi, tra pochissimo farà buio! Altri dieci minuti e vi lasciano a dormire all’addiaccio!”

In quel momento Jean avrebbe voluto strozzare Icolina. Fra tanti momenti, giusto quello doveva scegliere per presentarsi all’improvviso. Una piccola consolazione fu vedere un’espressione simile alla propria sul viso di Nadia. Anche lei non aveva gradito particolarmente l’intrusione. I due, rimandato a data da destinarsi il momento di intimità, non poterono far altro che ridiscendere il pendio, non più isolato. Nessuno dei due però ebbe il coraggio di prendere la mano dell’altro. ci sarebbe stato un altro momento per dedicarsi ai sentimenti. Farlo davanti ad Icolina significava farlo sapere ad Echo. E questo equivaleva ad alimentare per settimane i pettegolezzi dell’equipaggio. No, era meglio scendere ognuno per sé. Come buoni amici, nulla di più. I giorni di travaglio nel cantiere si avvicendavano tanto uguali, quanto dolorosamente faticosi. Per la notte erano state approntate delle file di tende sulla spiaggia. Non si poteva dormire nel sommergibile, con la struttura portante lesionata e il conseguente pericolo di crollo. Lavoro giornaliero a parte, sembrava un campeggio turistico. Di sera, l’atmosfera si trasformava. Messi via gli attrezzi da carpentiere e meccanico, venivano accesi i primi fuochi. Coloravano la notte come tante lucciole. Attorno ad essi si stringevano i membri dell’equipaggio, per consumare la cena. Questa veniva preparata nelle cucine dell’Archon. Sebbene nemmeno lì fosse sicuro, il rancio per la moltitudine urlante non poteva essere preparato su rudimentali fuocherelli. Sarebbe occorsa tutta la notte, oltre alla distruzione del cuoco, per adempiere a una cosa simile. Per questo la zona della cucina fu quella puntellata per prima. A ben vedere, in essa vi fu un vero rischio soltanto nei primi due giorni. Jean, volente o nolente, dovette abituare la schiena al lavoro pesante, che dopo qualche tempo non risultò nemmeno tanto gravoso come all’inizio. Nadia si teneva in disparte. Parlava con qualcuno solo quando Icolina le portava i pasti, sulla roccia che aveva eletto a suo osservatorio personale, e di tanto in tanto quando questa poteva svincolarsi dalle sue mansioni di infermiera. Electra ovviamente era stata informata del comportamento della ragazza, ma non se ne curava più di tanto. Con Icolina a fare da tramite, e Jean da vigile guardia, non aveva di che preoccuparsi. Jean, complici i turni serrati, andava di rado a scambiare quattro parole con lei. Quando trovava il tempo, ma soprattutto il coraggio, dopo la sera passata, di andare da lei, la trovava sempre nella stessa posizione. Affascinata dal mare, con il fedele King al fianco, continuava il suo isolamento. Non le parlava. Semplicemente, si sedeva accanto a lei e le teneva compagnia. Nadia non accusava più l’amico di essere un collaborazionista di coloro che aveva definito assassini; aveva mitigato gli animi. Mai però chiese notizie sull’andamento delle riparazioni, né tantomeno si offrì di dare un piccolo aiuto. Soltanto quando Jean salì da lei con il braccio sinistro fasciato, si lasciò prendere dalla preoccupazione. Una lastra di metallo gli era scappata di mano, e gli era finita addosso. Il medico aveva detto che il braccio non era rotto, ma per precauzione era bene tenerlo a riposo. Jean si divertì a sentire Nadia rimproverarlo per aver fatto poca attenzione. Tutto l’equipaggio festeggiò quando, dopo una decina di giorni, il rivestimento esterno fu completato. Quella sera il cuoco aveva promesso un menù speciale; ognuno attendeva paziente di essere servito, davanti ad una scoppiettante fiamma. Nello stesso gruppo sedevano Jean, Menjor e i suoi tre uomini. Quei cinque avevano via via cementificato il loro rapporto: la vicinanza forzata aveva fatto scoprire a questi ultimi le doti di Jean, che venivano fuori in situazioni problematiche come quella. Lanciarono in coro un urrà quando passò da loro il carrello della cena: il cuoco era stato di parola. Non si sapeva come aveva fatto, ma aveva preparato un ricco assortimento di frutti di mare per tutti. E non solo, ciascuno aveva diritto anche a una scodella di polipi affogati nel sugo e ad un’orata al forno. Quasi da solo, aveva messo su un pasto da ristorante. I cori in suo onore accompagnarono ogni cambio di pietanza.

“Il cuoco ha davvero superato se stesso questa volta.”

“Già. Ha tenuto i colpi migliori per la fine.”

“Markus, tu sei l’esperto. Dicci, quanto ancora ci resta da riparare?” Jean, a malincuore, si era rassegnato a cedere lo scettro di massimo conoscitore di tecnologia a Markus. Ne aveva ben donde, con tutta probabilità quel ragazzo aveva in tasca più d’una laurea; lui, alla stessa età, vantava solo i suoi anni di pratica.

“Le paratie corazzate sono a posto, come la struttura portante. Considerando che anche i locali invasi dall’acqua sono stati riparati, direi che manca soltanto il generatore dello scudo. Dopo quello sforzo si è fuso. Domani ci darò un’occhiata, e vedrò cosa fare.”

“Markus, potrei… venire con te? Insomma, posso aiutarti nell’aggiustare il generatore?”

Markus prese un attimo per riflettere. Lui non aveva niente in contrario, ma doveva valutare se il capitano avrebbe digerito la cosa. Poi si ricordò che il generatore faceva parte dell’itinerario di visita che accordò a Jean. Quindi, se gli aveva concesso di vederlo una volta, non dovevano assurgere problemi nel farlo una seconda.

“D’accordo, Jean. Però mi raccomando, non toccare nulla senza il mio permesso. Potresti incasinare tutto. Il pensiero di subire l’ira del capitano non mi garba di certo.”

“Sicuro. Se dovessi rendere inutilizzabile lo scudo, potrebbe scuoiarti. Può anche essere che la tua pelle protegga il sottomarino meglio dello scudo magnetico, che ne sai…”

Markus protestò alla battuta di Menjor lanciandogli un sasso contro le gambe, tra le risate generali. Jean fu il primo a interrompere il momento di ilarità.

“Già, Electra. È cambiata tantissimo, dall’ultima volta che l’ho vista. Quando era ancora vivo il capitano Nemo, si arrabbiava sempre con lui quando si mostrava cinico. Invece adesso si comporta esattamente allo stesso modo. Non riesco a capire cosa le sia successo.”  Jean scagliò un ciocco nella massa di fiamme sfrigolante. “Voi sapete da cosa è dovuto questo cambiamento?” Menjor storse la bocca, a comporre un triste sorriso.

“Jean, mi sai dire come reagiresti tu se Argo ti uccidesse Nadia?”

“Nadia? Che c’entra Nadia?”

“C’entra, c’entra. Tutti noi sappiamo che tu le sei molto legato. Almeno quanto Electra lo era al capitano Nemo, se capisci cosa intendo.”

Jean si rassegnò all’idea che i suoi sentimenti per Nadia dovessero essere visibili da un miglio, e chiese a Menjor di andare avanti.

“Hai idea di cosa significhi essere privati della persona che si ama? Il capitano Nemo si è sacrificato nel tentativo di abbattere la minaccia di Argo, lasciandola sola.” Sola. La parola tuonava nella testa di Jean come un concerto di fulmini.

“Voglio dirti una cosa, Jean. Alcuni membri dell’equipaggio devono passare davanti alla sua cabina per controllare un particolare gruppo elettrogeno. Spesso la sentono piangere. Con noi mostra la sua faccia da dura, ma non può reprimere tutta la sua disperazione. Ha bisogno di lui. E sa che non lo rivedrà più. Che per quanto lotti, non tornerà da lei.”

Jean lo ascoltava, rapito. Lui si era fatto un’idea dei motivi della trasformazione di Electra, quelli che aveva esposto più o meno veementemente a Nadia. Ora capiva che della sua semplicistica spiegazione c’era ben poco di vero, e che il dolore era più profondo di quanto s’immaginava.

“E poi c’è Elisis. Rappresenta l’unico legame con la memoria dell’uomo che ha amato. Non c’è da stupirsi che sia stata così dura con te, quando le hai chiesto di lasciarlo più libero. Riversa su di lui tutto il suo amore. Tutto il suo amore, e, ancora più grande, tutta la sua disperazione. È per questo che non ha pietà con Argo e con chi lo segue. Gli ha distrutto la vita, capisci? Personalmente credo che non sarà mai tanto spietata quanto quel bastardo si meriterebbe. Non c’è punizione adatta a un crimine simile.”

Quella notte Jean non riuscì a dormire. Menjor gli aveva toccato il cuore. Cosa avrebbe fatto se gli avessero ucciso Nadia… non poteva nemmeno concepire cosa avrebbe fatto, la pazzia a cui sarebbe arrivato. Uscì dalla tenda, che divideva con Tobias. Il cielo africano era luminosissimo. Lo scorpione brillava più che mai, al culmine della volta celeste, mostrando il suo pulsante cuore rosso. A metà altezza sull’orizzonte, la Croce del Sud gareggiava in brillantezza con la Luna. Salì verso la postazione di Nadia. La ragazza si era accoccolata a terra, sotto un albero. Per materasso si era preparata un mucchietto di foglie, mentre al posto del cuscino aveva il fianco di King. Il leone si svegliò al rumore dei passi, ma Jean prevenne una sua reazione violenta facendosi riconoscere. Aveva portato una coperta, rubacchiata dalla sua tenda non svegliarla. collo. Finora aveva dormito all’addiaccio, giustificandosi con il clima del posto, caldo e secco. Jean non perse tempo nel tentare di convincerla che quella era una zona di mare, e che di notte la temperatura poteva scendere di brutto. Distese la coperta sopra di lei. Fece attenzione a non svegliarla. Rimase al suo fianco alcuni minuti, quanto bastava a vedere sul suo volto gli effetti benefici dell’azione combinata di King e della coperta. Poi si allontanò, camminando lentamente come era venuto.

 

 

“Dai, Jean, non puoi rimanere in piedi come un cavallo per tutto il giorno. Hai chiesto tu di aiutarmi, quindi non farti pregare. Mettiamoci al lavoro, su.”

Jean fu fulminato dalla visione che Markus gli regalò. Il generatore era un qualcosa di mastodontico. La forma era quella di un cilindro coricato. Era suddiviso in blocchi più piccoli, ognuno dei quali aveva le dimensioni di una botte di rovere. Tra essi, a fare da collegamenti, c’erano dei grossi cavi di gomma alternati a barre d’acciaio.

“Jean, per favore, dà un’occhiata in giro. Forse si è bruciato qualcosa. Fammi un fischio se trovi il punto danneggiato.”

Fare un giro. Era una parola. In lunghezza, il generatore occupava praticamente un intero livello, il che corrispondeva ad una grossa fetta della coda del sommergibile. La sgambata era imponente, ma comunque alleviata dallo spettacolo che, passo dopo passo, gli si offriva. Ovunque buttasse l’occhio vi erano pannelli luminosi e indicatori che si accendevano e spegnevano alternativamente. Ringraziò Dio di non soffrire di epilessia: in quel caso sarebbe stramazzato a terra dopo pochi metri. Jean ispezionava, pur non conoscendo nulla del complesso congegno, in cerca di un filo di fumo o di un rigonfiamento di metallo fuso. Markus, seduto alla postazione di controllo, si dava da fare per scoprire se le anomalie fossero interne. Con l’aiuto di un computer scandagliava le apparecchiature in cerca della parte malfunzionante. Alfine, la ricerca fortunata fu proprio la sua.

“Jean! Puoi fermarti. Ho trovato il guasto. Vieni, dammi una mano.”

Jean si sentiva un cagnolino mandato a fare i bisognini nel parco. Perfettamente inutile, patetico nei suoi tentativi di rapportarsi a chi davvero ci capiva qualcosa. Markus gli andò incontro, fermandosi con lui all’incirca al centro del generatore. Lì il cilindro si stringeva, assumendo una forma più spigolosa, più o meno quadrata. In questo blocco erano confisse delle lastre sottili, simili a fogli. Markus le esaminò una per una, prima di emettere il suo verdetto.

“Eccola qua. Una delle carte di polarità si è fritta. Non possiamo far altro che sostituirla.” Il ragazzo ne afferrò l’estremità a due mani, ma era più intelligente che forte. Per estrarla dal suo vano fu necessario l’aiuto di Jean. accadeva molto di rado che Jean potesse far sfoggio dei suoi muscoli. Il lastrone di metallo era infatti bucato. Al momento del corto circuito, una scintilla aveva generato una fiamma di pochi centimetri quadrati, sufficiente a mettere in ginocchio tutto il sistema. I due ragazzi, posta da parte la carta guasta, andarono in fondo alla sala che ospitava la macchina per prendere il pezzo di scorta. Markus mostrava la sua faccia più preoccupata.

“È un guaio. Un danno così davvero non ci voleva.”

“Perché?” attacco Jean, “Non mi sembra così grave. In fondo si tratta soltanto di buttare la parte rotta e di sostituirla con quella nuova. Dove vedi la tragedia?”

“La vedo nel fatto che di parti nuove ce ne sono ben poche. Le carte di polarità sono tanto importanti quanto difficili da realizzare. Di là ce ne saranno altre cinque o sei, non di più. Siamo stati fortunati che il corto circuito ne abbia messa fuori uso soltanto una, su otto in totale.”

“Guarda che Argo non ci tende delle trappole tutti i giorni.”

Markus era stizzito dall’ottusità che stava dimostrando Jean. “Sì, ma si dà il caso che noi stiamo per andargli a fare la guerra in casa. E se la trappola ce l’ha tesa con dieci sharker, nella sua base ce ne troveremo molti più. Sempre sperando che non abbia terminato il fuoco di Tharos, si capisce.” Jean sollevò la lastra aspettando che l’altro la inserisse nell’apposita fessura.

“Puoi anche avere ragione, Markus, ma piangere sul latte versato non serve a niente. Se si è fusa una carta, pazienza, la sostituiamo. Né possiamo fare economia dello scudo per paura di rimanerne senza. La nostra difesa si basa tutta su di esso, no? Se cominciassimo a farci scrupoli probabilmente non ci sarebbe più un sommergibile da proteggere.”
Come non detto. Jean magari non capiva un’acca di fisica quantistica, ma di sicuro non era ottuso come erroneamente aveva ritenuto.

“Bè sì. Però sarà bene non farne abuso.” Markus, dopo qualche attimo, disegnò sul volto un flebile sorriso. “Jean, ne stiamo parlando come se fossimo noi a decidere quando e come utilizzarlo. Te ne sei accorto?”

“Sì. Sarà perché entrambi ci affezioniamo a queste meraviglie. Invece la chiave d’accensione ce l’ha in mano Electra. Tu puoi solo riparare ai suoi errori, sembra.”

“Meglio non pensarci. Al pensiero che, per poter disporre di questa macchina, dovrei sopportare l’onere del comando, mi si chiude la bocca dello stomaco. Piuttosto, prepariamoci al collaudo.”

Markus tornò alla centralina principale, pronto a rilasciare l’impulso sorgente. Jean sedeva al suo fianco. Aveva il compito di premere il bottone d’avvio. Aveva l’aria di un fanciullo divertito, pronto a scartare il suo balocco nuovo. Markus sollevò una cornetta d’ottone, avvicinandosela alla bocca. Aprì il collegamento agli altoparlanti esterni, avvertendo tutti che il test era imminente. Essi venivano invitati ad allontanarsi di almeno trenta metri. Il campo elettromagnetico era talmente intenso che il rischio di contrarre tumori era altissimo. Per la stessa ragione il ragazzo fece sollevare da terra una teca di vetro, che li proteggeva come ramarri in un rettilario.

“Pronto, Jean?”

“Quando vuoi.”

Markus controllò scrupolosamente gli ultimi parametri, prima di dare il definitivo comando a Jean. “Ora!” Jean schiacciò il pulsante. La lunga sala si riempì di una luce rosa, che divenne sempre più intensa e penetrante. I due ragazzi avevano dimenticato di indossare gli occhiali protettivi. Si affrettarono ad ovviare a questa incoscienza. Un altro solo secondo e avrebbero perso la vista. Oltre alla luce, nella stanza si percepivano distintamente le vibrazioni del campo magnetico in espansione. Nella teca di vetro, si aveva l’impressione di trovarsi all’epicentro di un piccolo terremoto. Markus non perdeva d’occhio gli indicatori dello scudo. Era importante che non superassero i limiti di guardia. In quel caso, bisognava spegnere tutto per prevenire una fusione del generatore. Questo fu tenuto in funzione per un paio di minuti, prima che il ragazzo dagli occhi di ghiaccio concesse a Jean di staccare la spina. Il ritorno alla normalità, per lui, fu una benedizione. Gradualmente venne meno l’assalto sia delle vibrazioni che della luce. Quando la teca fu abbassata, Jean si affrettò ad saltar fuori dalla postazione.

“Com’è andata?”

“Tutto a posto. Il generatore funziona benissimo. Dobbiamo sperare unicamente che Argo ci faccia il favore di non spararci troppo addosso.” Si alzò, portando via un Jean insolitamente accondiscendente nell’abbandonare una sofisticata meraviglia della tecnologia.

“Forza, ora. Dobbiamo andare a riferire al capitano che i lavori sono terminati. Ora possiamo riprendere il mare quando lo desidera.”

Jean seguì l’altro ragazzo, diretti verso la cabina di Electra. Lasciatasi alle spalle la sala del generatore. Imboccarono uno squallido corridoio, lungo e monocorde nel suo grigiore. In corrispondenza del soffitto, le luci di emergenza, perennemente accese, spezzavano la monotonia dell’ambiente. Jean fu attratto da una luce che usciva fuori dal coro. Si trovava non sopra la sua testa, ma ad altezza uomo. Era una targa che rifletteva la luce proveniente dalle altre direzioni. Identificava una porta quale l’accesso ad un fantomatico livello Delta. Essa non era dissimile dalle altre, se non per il fatto che appariva meglio blindata. Rimasto più indietro rispetto a Markus, si fermò un secondo. Picchiò un paio di colpi. Il rumore che ne venne fuori fu grave, e vibrato. Markus non perse tempo nel girarsi e andare a riprendere il fedifrago.

“Jean! Vieni via da lì!”

“Perché, cosa c’è qui dietro? Quando mi hai mostrato questa zona, la prima volta, non ci ho fatto caso. C’è un macchinario collegato col generatore dello scudo?”

Markus letteralmente strappò via. L’afferrava con entrambe le mani, tirandoselo dietro come un sacco di concime. Dal volto si capiva che non aveva voglia di scherzare.

“Calmati! Stavo solo dando un’occhiata! Perché fai tutti questi problemi?”

“Ordini del capitano. Nessuno, eccetto lei, può varcare quella soglia. Quindi non darmi noie e seguimi.”

“Su, si tratta solo di un’occhiata. Prometto che non toccherò niente.”

Nulla da fare. Era risoluto a vietargli l’accesso, neanche dietro quella porta ci fosse il segreto più prezioso dell’Archon. Magari quel livello Delta nascondeva i piani di costruzione del sottomarino, informazioni sui suoi punti deboli, o chissà cos’altro. Comunque non poteva continuare a lasciarsi trascinare. Ben presto fece contento Markus, e si allontanò dal punto proibito senza opporre resistenza. Quest’ultimo, come gli altri dell’equipaggio, non vedeva l’ora di riprendere il mare. Electra pose un temporaneo freno alla sua impazienza: c’erano alcuni vani da rinsaldare, delle zone della copertura stagna da testare. Avrebbero passato l’intera giornata sulla terraferma. Jean volle riferire la notizia a Nadia: la mattina seguente sarebbe dovuta tornare a bordo. Andò a cercarla direttamente sulla sua rupe. Salitovi sopra, non la trovò. Era talmente sicuro che fosse lì, che non aveva controllato sulla spiaggia, assieme agli altri. Tanto, se era rimasta in solitudine fino ad allora, certo non poteva venirle un impeto di socializzazione tutto in una volta. Invece dall’alto la vide in amichevole conversazione con Icolina. Le due ragazze si erano sistemate negli ultimi centimetri di sabbia disponibili, dirimpetto ai flutti che puntualmente massaggiavano le loro caviglie. Jean, meravigliato dal cambiamento improvviso, iniziò a trottare verso di loro. Per arrivare in spiaggia era necessario compiere un giro attorno al blocco roccioso, il che gli impediva di tenere sott’occhio la sua bella.

“Sto davvero diventando stupido. Non riesco a fare a meno di sapere cosa fa, dove si trova… e soprattutto con chi si trova!” masticava il ragazzo, immancabilmente facendo correre la mente al bel faccino di Lantan. Quello di Jean fu un galoppo sfrenato. Non l’avrebbe mai ammesso, nemmeno con se stesso, ma la gelosia lo divorava vivo. Giunto in spiaggia, fece ancora più fatica a mantenere la sostenuta andatura: i cumuli di sabbia, in cui sprofondava, lo rallentavano. Né faceva qualcosa per evitare almeno i più evidenti: in testa aveva solo Nadia. Non le parve vero di raggiungerla. Il suo corpo scintillava, coperto da un velo d’acqua dai riflessi argentini. Ogni linea del suo corpo era armonizzata, abbellita e sensualmente accentuata. Jean si arrestò a pochi passi da lei. Ne era rapito. Persino il suo respiro rallentava fino a scomparire. Era diventato un palo conficcato nella sabbia. La vista di Nadia per lui cominciava a diventare davvero pericolosa.

“Jean, cosa c’è?” ci volle l’intervento della ragazza per farlo uscire dalla contemplazione in cui si era addentrato. Preso alla sprovvista, metteva in fila le parole con grande difficoltà.

“Eh? Nadia, ero venuto per dirti… che dobbiamo… sì insomma… dobbiamo andare via. Le riparazioni sono quasi finite. Ce ne andremo… domani. Domani mattina, presto, suppongo.”

“Hm.” Nadia emise un monosillabo. Dopo aver svegliato Jean, era tornata a guardare l’orizzonte. La giornata era limpidissima. Lo spettacolo che ammirava era fatto di due cieli, uno sull’altro. da tanto, troppo tempo, non provava sensazioni simili. Afferrò un pugno di sabbia. La fece scivolare, granello dopo granello, dal palmo della mano. La scia giallastra si lasciava trasportare dal vento, quale ballerina che si affida al maestro di danza.

“Jean. Non voglio andare via.”

“Che… che cosa?” ecco. Alle solite. Ora Nadia inizia a dare i numeri.

“Non ricordi? Per tanto tempo ho creduto che questa terra, l’Africa, fosse il mio luogo di origine. La mia patria. Ci sono molto legata. Non voglio lasciarla così, senza portare con me un suo ricordo.” Nadia, prima di scoprire la sua vera origine, racchiusa chissà dove nello spazio profondo, credeva di essere africana. Così le aveva detto dal proprietario del circo a cui era stata venduta da bambina. Aveva considerato la sua pelle nera come un marchio.

“E che ricordo vorresti portare? Sei stata per giorni in mezzo alla natura, come piace a te. Cosa vuoi di più?”

“Credevo che tu mi capissi, Jean.” Nadia gli dedicava il suo sguardo di disprezzo e sconforto. In quella situazione al ragazzo avrebbe fatto meno male ricevere un pugno di Tobias in pieno volto.

“Mi hanno tenuta confinata su quella roccia. Non ero libera di allontanarmi senza che qualcuno mi seguisse. E anche tu hai retto il loro gioco. Non mi mollavi un minuto!”

“Ma Nadia, tu stessa hai voluto rimanere lì tutto il tempo. Nessuno ti ha proibito di stare sulla spiaggia, con me e gli altri.” E poi il motivo che lo spingeva a guardarla di continuo era ben diverso da quello degli uomini agli ordini di Electra. Ma l’umore della ragazza peggiorava rapidamente. Introdurre un argomento del genere non avrebbe fatto certo comodo.

“Quella Electra ti fa dire le peggiori bugie. Da te non me lo sarei mai aspettato, Jean.”

“Ma perché te la prendi sempre con lei? Se cerco di starti vicino, di non perderti d’occhio, non lo faccio per un suo ordine!”

“Allora non ti fidi di me. È questo? Pensi che io sia una ragazzina stupida?”

Jean si metteva le mani nei capelli. Li torturava. Si scompigliava la chioma, pervaso dalla rabbia di non riuscire a far capirle una cosa tanto semplice. Poteva mai lui, che aveva corso pericoli su pericoli per aiutarla, considerarla ora una stupida?

“A volte credo che tu lo sia davvero. Con te non si può fare un discorso, che subito ti arrabbi. E non la smetti se non ti viene data ragione, anche quando hai torto marcio.”

Nadia, stizzita, saltò in piedi. Salì a ritroso la via attraverso le dune di sabbia, diretta alla macchia di alberi in cima alla collinetta. Jean le correva dietro, mantenendo però una certa distanza di sicurezza. Meglio rimanere fuori dalla portata di schiaffi. Quello che gli aveva tirato giorni addietro si faceva ben ricordare.

“Nadia! Fermati, cosa ti sei messa in testa?”

“Non sono affari tuoi. Và, corri dalla tua Electra, prima che scappi via.”

“Nadia, andiamo! Ragiona, una volta tanto.”

“Io ragiono. Ragiono benissimo. Ragiono talmente bene che ho deciso cosa fare. Ma a te cosa importa, tu hai la tua bella da proteggere.”

“Nadia, ti avverto, sto cominciando a perdere la pazienza.” La ragazza, senza fermarsi, si voltò. La linguaccia che gli fece fu alla pari di quelle di Elisis. Sfrontata come le sue.

“Voglio esplorare un po’ la zona.”

“Eh?”

“Sì, farmi un giro nell’interno. Prima di andarmene, voglio vedere quante più cose possibili. Voglio portare dentro di me le immagini non solo di questa spiaggia, ma di molto di più. So che le meraviglie che questa terra può offrire sono infinite. Ma tu non le puoi capire queste cose, a te piacciono solo le tue diavolerie metalliche.”

“Nadia, stai scherzando?”

“Affatto. Ma non preoccuparti per me, io ho King a proteggermi dai pericoli. Tu hai Electra di cui aver cura. Non farti problemi, vai da lei. Anche se doveste partire prima del mio ritorno, non fatevene un problema. Sento che mi troverò benissimo qui.”

“Ti è partito completamente il cervello! Non ho intenzione di sentire sciocchezze simili! Io ti aspetto giù, vicino al sottomarino. Vedi di tornare prima che qualcuno si accorga della tua assenza.”

Nadia fece un cenno con la mano, per salutare il ragazzo. Era decisa a fare di testa propria, conscia della possibilità di restare a terra per davvero.

“Fai come ti pare!” Jean, sbraitando come un pazzo, fece dietrofront. Tornato in prossimità dell’Archon, incrociò alcuni marinai. I più avevano assistito al forte battibecco, ma nessuno faceva commenti. Qualcuno, appena il ragazzo passava oltre, si faceva scappare una risata. In effetti la scena di lui che correva disperato dietro alla ragazza dall’aria altezzosa era un qualcosa di spassosissimo, irresistibile. Trovò una cassa su cui sedersi. Appoggiò il mento sulle mani. Era furibondo. Credeva che avrebbe avuto un travaso di bile da un momento all’altro. Non era possibile che Nadia si comportasse in quel modo. La rabbia cresceva in lui, senza che potesse far nulla per fermarla. Ne aveva tutte le ragioni! Con Argo da combattere, lei si preoccupava di portarsi dietro dei souvenir. Con gli anni era diventata ancora più cocciuta e presuntuosa, oltre che mille e mille volte più bella. Ma perché una ragazza fantastica come lei doveva avere anche dei difetti così stupidi? Eppure l’idea del suo corpo, dilaniato da qualche belva, disperso nella giungla lo faceva star male peggio dell’ira. Scrollava la testa, passava le mani sulle gambe, roteava i piedi nella sabbia: tutto inutile. Non serviva a cancellare le paure. La rabbia nei confronti di Nadia fu sostituita da quella con se stesso. Era tanto stupido da preoccuparsi a quel modo per la più sciocca delle ragazze. Per due ore rifletté se dovesse andare a vedere come stava, se si era addentrata nella giungla per davvero. Poco prima di mezzogiorno, arrivò a una decisione. Si tirò due sonori schiaffoni, uno per guancia. Una sorta di autopunizione per la pazzia che si accingeva a compiere. Raccolse il necessario, una tenda da campeggio con degli attrezzi, vari utensili da sopravvivenza – quali coltelli, acciarino, l’occorrente per il pronto soccorso, per esempio – e ben poche razioni di cibo. Così bardato, salì in fretta il sentiero. Ripeteva in continuazione che solo un completo idiota si sarebbe fatto trascinare in una stupidaggine simile, talmente tante volte che alla fine dovette convincersi di essere scemo per davvero.

“Mio Dio. Fa che non sia già andata via.” Jean era andato nel pallone quando, arrivato a destinazione, non aveva trovato la ragazza.

“Nadia! Nadia!”

“Calmati. Sono qui.” Nadia scivolò fuori dall’ombra. Si era nascosta dietro un masso, appoggiandosi al quale era cresciuto un pino marittimo. Anche King sembrava ridere di Jean, spalancando la bocca coronata da rugose labbra nere. Nadia sorrideva, beandosi apertamente della sua vittoria. Avvolse le dita attorno al polso dell’amico. Quel contatto rabbonì Jean anche più del dovuto.

“Sapevo che saresti venuto.” Si attaccò al suo braccio, accarezzandolo come prima non aveva mai fatto. Pose la testa sulla sua spalla. I capelli, attraverso il rozzo tessuto della maglia fornitagli dal magazziniere di bordo, avevano la consistenza e la morbidezza della seta. Fu solo un attimo, prima che si staccasse nuovamente. Fu una sorta di ricompensa per averla assecondata, e una riappacificazione dopo le scintille di prima.

“Jean, non preoccuparti per la partenza di domani. Ho parlato con Icolina. Lei informerà Electra della nostra gita. Sarà una cosa breve, soltanto il tempo di dare un’occhiata nei dintorni. Torneremo domani mattina, in tempo per andar via. Vedrai che nessuno la prenderà a male.”

“Avevi progettato tutto, eh signorinella?”

Nadia mostrò di nuovo la lingua a Jean. Adesso non gli ispirava più rabbia, come prima, bensì desiderio. Quella lingua affusolata e scintillante equivaleva a un invito a baciarla. Fu uno sforzo titanico quello di reprimere la tentazione e di seguirla, senza neppure abbracciarla, per paura di perdere ogni freno. King fece strada tra le ultime propaggini della flora marittima, introducendo i due ragazzi nella terra del veld, il paesaggio tipico della punta meridionale dell’Africa. Un altopiano esteso per chilometri e chilometri, dello stesso colore del manto dell’animale. Il colpo d’occhio era davvero da mozzare il fiato. Quello era davvero il regno della Natura. Jean e Nadia non potevano non chinare la testa, in segno di rispetto, di fronte a tutto ciò. Le strisce verdi degli arbusti bassi intramezzavano il suolo giallo cenere, da cui per i capricci del vento spesso si sollevavano eteree nuvole di polvere. Le acacie disegnavano a terra delle strisce d’ombra, nelle quali gli animali si soffermavano a riposare. Esse diffondevano nell’aria un profumo celestiale, composto non solo dalla parte arborea, ma anche dall’effluvio fruttato del miele. I favi, su questi alberi, erano una costante del luogo. Da questi si dipartivano molti sciami di api, densi e compatti; volando sincronizzati in un’unica direzione, si mettevano alla ricerca di lontani fiori o degli ultimi frutti delle piante africane. Gli animali acquisivano un’inedita maestà, raffigurati quali re e regine nelle terre dei loro dominii. Il terreno tremava sconvolto, sotto i colpi dei mille zoccoli dei branchi di bufali. Enormi masse di carne nera in movimento, che agitavano stancamente le ampie corna. Una sola carica di quegli spuntoni avrebbe potuto squarciare il petto di un uomo. In quel frangente erano però calmi, intenti nel brucare l’erba bassa, quali grottesca parodia delle mucche europee. Coronavano quest’immenso schieramento piccoli gruppi di antilopi. Erano quelle dalla stazza più minuta, che i coloni del Capo chiamavano springbok. Il soprannome derivava dalla danza che esse facevano quando avvistavano un pericolo. Era un ballo frenetico fatto di continui salti in aria, che superavano il metro e mezzo di altezza e i due in lunghezza. Vedere una decina di animali spiccare, nello stesso momento, salti del genere, doveva essere uno spettacolo particolarissimo. Jean non sperava di poter assistervi, ma si dovette ricredere in breve: non aveva considerato il fatto che lui e Nadia erano scortati da King. Un leone, quindi un pericoloso predatore. I corpi leggeri delle antilopi quasi spiccarono il volo. Le bande nere, che separavano il dorso arancio marcato dal ventre candido, si trasformavano in ali che le portavano in alto. La mandria di bufali, messa in allarme, si contorse su se stessa, come un gigantesco crotalo nero. Gli esemplari adulti, più robusti e prestanti, si erano disposti ai lati del cerchio, a proteggere i cuccioli, tenuti in mezzo. Era la loro difesa contro i pericoli, affinata da millenni di evoluzione. Anche King era rapito dal nuovo panorama. A modo suo, s’intende. Egli non vedeva infatti le antilopi come graziose danzatrici della foresta, ma come un banchetto saltellante. Guardava Nadia con occhi imploranti, nella speranza di ricevere da lei il benestare per lanciarsi all’attacco e risvegliare le sue capacità predatorie, troppo a lungo sopite.

“Non ci pensare nemmeno, King!”

Il leone calò la testa, deluso e amareggiato per tutta la carne che poteva mangiare e a cui invece era costretto a rinunciare. Jean grazie alla scenetta dimenticò il malumore della mattinata. La rupe su cui Nadia si era appollaiata durante le riparazioni dell’Archon faceva parte di un conglomerato roccioso, di qualche decina di metri superiore in altezza rispetto al tavolato. Lasciatoselo alle spalle, i due ragazzi si inoltrarono nell’arida savana. Nadia sgranava gli occhi di fronte ad ogni cosa che si muovesse, o frusciasse. Certo, prima l’aveva fatto inquietare come poche altre volte: ma vederla così gaudente, così profondamente rapita, ripagava Jean dei cattivi umori accumulati.

“Oh, Jean! Non senti questo odore?” Nadia inspirava platealmente, lasciando che i polmoni si pervadessero di un profumo meraviglioso. Jean nicchiò. Sarebbe stato da pazzi dirle che tutto quello che sentiva era la puzza degli animali e dei loro escrementi, di cui c’era un esempio poco distante da lui.

“È spazio aperto, sconfinato. È libertà. È la natura nella sua piena essenza! Non sai quante volte mi è mancato avvertire tutto questo, a Londra. Lì è tutto grigio. Le case, le strade, le persone… anche il cielo.” Nadia sollevò il volto: l’azzurro era tanto intenso da non essere quasi sopportabile. Ma anche bello, magnificamente e semplicemente bello. Jean, imitandola, pensò soltanto che si era fatto mezzogiorno, a giudicare dalla posizione del Sole, che picchiava impietoso sulla sua testa.

“Jean, non lo trovi stupendo?”

“Eh? Ah, sì, certo! È tutto bellissimo!”

Nadia lo guardò insospettita. Egli sapeva che se non l’avesse assecondata, avrebbe dato vita ad una nuova tiritera. E sotto il crudele sole africano non era il luogo più adatto per scaldarsi. Per fortuna l’estasi che la natura le aveva indotto le aveva anche offuscato la capacità di giudizio, e non disse nulla. La prima preoccupazione di Jean fu di passare a debita distanza dal branco di bufali. Se innervositi, e in un gruppo consistente come quello, potevano essere più pericolosi dei carnivori. King non si fece pregare: il suo coraggio era alquanto ridimensionato dallo svantaggio numerico. Lui, leone d’Inghilterra in trasferta, avrebbe fatto una misera fine tra le corna e gli zoccoli dei padroni di casa. Nadia fu così indotta a seguire il suo amico a quattro zampe, anche se il desiderio di avvicinarsi e di toccare uno di quegli imponenti animali era forte, molto forte. La loro, più che una marcia, aveva l’andatura di una passeggiata in centro. Cicaleggiando, Nadia intratteneva Jean con le descrizioni dei propri sentimenti e delle emozioni che la sconvolgevano. Non concepiva un altro posto nel mondo che la facesse sentire in quel modo. Era una sensazione di felicità assoluta, praticamente impossibile da descrivere a parole. Jean tra un’ode alla natura e una canzone agli animali aveva il suo bel da fare: Nadia non capiva, o forse trascurava volutamente, che oltre ai pacifici bufali da qualche parte poteva nascondersi un predatore. Un leopardo, o peggio ancora un gruppo di leonesse. O di iene. La scelta non mancava, e contro tutte poteva opporre una sola speranza: King. Un leone adulto, seppur cresciuto senza nemmeno sapere cosa fosse la competizione naturale, con la sua presenza poteva scoraggiare gli attacchi. Nel caso che la fame fosse stata più grande della paura, Jean si era portato un fucile a canna corta. L’aveva nascosto nello zaino con cura. Sapeva che Nadia si sarebbe fatta mangiare viva piuttosto che dover sparare a “una povera bestiola”. Il primo incontro con dei predatori non si fece attendere. Dopo meno di un’ora di cammino, si imbatterono in una carcassa, a prima vista di zebra. Era difficile da riconoscere, perché il branco di iene che si stava contendendo i resti aveva provveduto a smembrare il corpo dell’animale, addirittura eliminando quasi tutta la pelle. Nadia fu disgustata, tanto che fu lei a cambiare direzione, piegando verso Sud. Si copriva gli occhi, per non vedere la macabra scena, e dovette anche tapparsi il naso per non ricevere le zaffate che il vento trascinava con sé. Jean era assai divertito, e soddisfatto nel vedere la paladina degli animali storcere il naso in presenza di quella che lei stessa chiamava la legge della natura. Ingiusta, ma comunque legge. Si concesse di ridere sotto i baffi: tanto Nadia era così atterrita dal sangue e dalla carogna in putrefazione da non pensare altro che a correre. Figuriamoci a girarsi per notare gli sberleffi di Jean. Videro poi un secondo ammasso di springbok, ben più nutrito del primo. Anche questo, accortosi della presenza di King, scappò in quel modo particolare, che disorientava i sensi dei predatori. Nadia si lanciò all’inseguimento. Voleva a tutti costi raggiungerne uno, accarezzarlo, sfiorarlo anche solo per un istante. A Jean venne il crepacuore. Buttarsi così, senza pensare, quando dietro ogni albero ci poteva essere una belva affamata! Perse tutto il fiato che aveva nel correrle dietro e allo stesso tempo urlandole di fermarsi. Alla fine, non aveva la forza nemmeno per rimproverarla del gesto sconsiderato, ma per di più si sorbì la straripante eccitazione della ragazza per essere riuscita nel suo intento, quello di toccare il dorso di un’antilope. Non fu l’unica follia della giornata, purtroppo per Jean. Nadia, in quel contesto, era tornata un bambina. Anzi peggio. Perché quel cervello di bambina governava un corpo di ragazza; capace, oltre che di emettere dolcissimi canti da sirena, di urlare come un branco di pecore. Trovò pace solo a sera fatta, al momento di accamparsi. Il pesante zaino gli aveva lasciato i solchi nelle spalle, cotte dal sole. Nadia invece era fresca e solo superficialmente sudata, come se al sole dell’Africa fosse nata e cresciuta. Si sistemarono per la notte in riva a un laghetto, sulla cui superficie avevano trovato uno stormo di fenicotteri rosa. Erano stati gli unici animali, nell’arco della giornata, a non fuggire alla vista di King. Si creò così per loro uno scenario da fiaba, romantico, a suo modo. Il cielo rapidamente cambiava tonalità, dal giallo canarino, all’arancione fino al rosso fuoco, appena sopra il sole tramontato. In pochi minuti, la notte se ne impadronì, appiattendo tutto col la sua coltre scura. Lo spettacolo era soltanto rimandato, del tempo necessario affinché il sole calasse del tutto. Una volta fuggita via la sua luce, la volta celeste si accese di mille fuochi. Le stelle componevano la più magnifica delle trapunte, raggruppate nei bizzarri quadri delle costellazioni. La luna era solo una piccola falce, che sorrideva placida da lontano. In quel momento Jean ringraziò la cocciutaggine di Nadia. Quello spettacolo valeva oro. Riempiva l’anima, come nessuna invenzione avrebbe mai potuto fare. Lo stomaco lo induceva però a passare dalla contemplazione dell’infinito a qualcosa di più prosaico, come ad esempio la cena. Dal campo aveva portato qualche scatoletta di fagioli: Nadia non sopportava la carne, e in fondo si trattava di sopravvivere per una sera. Rinunciare ai manicaretti del cuoco non era poi così penoso. L’unico pezzo di carne nello zaino era per King: sapeva che se gli avesse propinato i fagioli, non si sarebbe fatto problemi a procurarsi da sé il pasto. Una sua gamba, magari. Il leone rosicchiava contento, mentre i due ragazzi si accontentavano delle loro ridotte razioni.

“Jean, ti ringrazio.”

“Di cosa?”

“Di essere venuto con me. Sai, se tu non mi avessi accompagnato, non credo ci sarei mai venuta qui. E credo sarebbe stata…” Nadia si perse sull’acqua cristallina dal lago, su cui si specchiavano, timide, le stelle. “Una grossa perdita.”

“Già. È davvero bellissimo, qui. È strano come posti del genere non siano ancora stati intaccati dalla mano dell’uomo.”

“Tu credi che ci siano insediamenti umani, qui vicino?”

“Non so. Ricordo che Markus mi aveva accennato che questa era una zona disabitata. Ma comunque la colonia del Capo non è lontanissima da qui. Non bisogna pensare che ci troviamo in chissà quale paradiso naturale.”

“Purtroppo.” Nadia sospirava. Era consapevole che luoghi come quello sparivano sempre più rapidamente. Il cemento ingoiava tutto, in tutto il mondo. Jean era estasiato dalla sua espressione malinconica. Era quella che più faceva risaltare i suoi occhi, attraenti e misteriosi. Non poteva più aspettare. Non voleva più aspettare. Mise da parte la scatoletta, e si pulì la bocca con il dorso della mano. Anche la natura sembrava aiutarlo, offrendogli quello scenario da sogno. Le parole risalivano frementi la gola, partite, anzi letteralmente scagliate in su dal cuore. Si frangevano però contro le labbra del ragazzo, ermeticamente chiuse. Queste tremavano, come in preda a un tic nervoso. Le mani, a terra, serravano dei pezzetti di terra, che sbriciolavano. Eppure non era così difficile. Bastava aprire la bocca, e dirle finalmente quello che provava. Da tanto tempo. Da sempre. Da quando aveva incrociato il suo sguardo in quel di Parigi, tre anni prima. E pensare che quella volta non si era neanche accorta di lui. Per lei aveva affrontato ogni genere di pericolo. Era arrivato a un passo dalla morte, per lei. E allora perché non riusciva a parlare? A dirle quello che forse anche lei poteva immaginare? Nonostante il suo sforzo, non produceva che un mugolio sommesso, che si perdeva tra i fruscii degli alberi circostanti il laghetto. Nadia, io… Nadia, io…

“Jean? Cosa c’è, devi dirmi qualcosa?”

“Eh? No, no, Nadia. Stavo solo… fischiettando. Così.”  Il viso del ragazzo era diventato rosso come i capelli.

“Sei il solito scemo. Ora pensiamo a dormire. Domani ci dovremo svegliare presto, e dovremo anche correre un bel po’ se non vogliamo che l’Archon ci lasci qua.”

Nadia entrò nella tenda, montata naturalmente da Jean. Ad esso rivolse la buonanotte, prima di sparire dietro il velo di cerata che faceva da ingresso. Il ragazzo si accovacciò a terra alla meno peggio. Come cuscino aveva lo zaino, in cui si sentiva il duro calcio del fucile. Contro di esso picchiò ripetutamente la testa, imprecando contro se stesso nel buio della notte.

“Stupido! Stupido! Stupido!” si addormentò con un bozzo sulla testa grosso quando un nocciolo di pesca.

Il risveglio di Jean fu traumatico: a destarlo dal mondo dei sogni, un urlo. Con gli occhi ancora velati dal sonno scorse con precisione Nadia che veniva trascinata fuori dalla tenda. Una figura sconosciuta, nera come la pece e alta come un lampione, la tirava per i capelli. Jean si scagliò sullo sconosciuto con tutta la ferocia delle belve che aveva temuto di incontrare il giorno prima. Gli piombò addosso con gli occhi iniettati di sangue, con in testa un unico imperativo: uccidere. Il primo pugno fu di un impeto straordinario. Mai Nadia lo aveva visto esprimere una tale violenza. L’uomo che l’aveva aggredita nel sonno era finito a terra senza nemmeno sapere come. Il labbro si era spaccato come una noce. Il sangue fuoriusciva copioso, ma questo non fermava Jean, anzi, lo eccitava. Continuava a colpire il malcapitato, che sebbene fosse più grande, non riusciva a sollevare la schiena da terra. La sua faccia, dopo la gragnola di pugni, divenne una maschera rossa. I denti, spezzati, penzolavano dalle gengive gonfie. L’uomo però non era solo. Altri due, della stessa corporatura e con lo stesso colore di pelle, immobilizzarono Jean aggrappandosi alle sue braccia. Il ragazzo si dimenava come un indemoniato. I capelli parevano essere diventati l’apice della fiamma che ardeva nel suo corpo. I due uomini non lo tennero fermo per più di una decina di secondi. Jean si divincolò, colpendo subito uno dei due con una coppia di violentissimi pugni allo stomaco. Questo stramazzò a terra, vomitando dalla bocca sangue misto a saliva. Il secondo approfittò del momento di disattenzione per colpirlo. Il pugno, tirato ben teso allo zigomo sinistro, placò per un attimo la violenza del ragazzo. Fu, appunto, solo un attimo, perché alla vista di King narcotizzato con ancora la rudimentale freccia che spuntava da un fianco, e soprattutto a quella di Nadia impaurita a terra, la forza tornò a scorrergli nelle braccia. Lo sconosciuto se ne accorse quando lo vide gettarvisi addosso. Come col primo, ogni sforzo per rialzarsi fu vano. L’unica cosa intelligente rimastagli da fare era cercare di coprire le parti deboli dai trivellanti colpi del ragazzo.

“Jean, attento!”

Jean fece in tempo a volgere indietro la coda dell’occhio, prima che il colpo di mazza lo raggiunse sulla cima della testa. Cadde a corpo morto sull’avversario, che lo rigettò in alto. Teneva ostinatamente gli occhi aperti, incurante della botta. Il secondo colpo lo raggiunse alla tempia. Questa volta i sensi lo abbandonarono, e lui cadde in un sonno profondo. Quando si risvegliò, il sole era già alto, e i suoi dardi gli perforavano, irriverenti, le palpebre. Era in piedi, appoggiato ad un tronco. Fece per muovere un passo, ma con sorpresa si accorse che non poteva. Era legato mani e piedi. Gli occhiali erano a terra. Li aveva scorti soltanto grazie a un riflesso luminoso sulle lenti. Senza di questi, il suo campo visivo era ridotto a ben pochi centimetri oltre il naso. Inoltre era a dorso nudo. Su di esso notò delle chiazze violacee. Solo allora si ricordò del risveglio turbolento, dell’aggressione e della pesante mazza. Evidentemente gli assalitori l’avevano preso a calci dopo che era svenuto. Tornando progressivamente in sé, si rese conto che non era solo. Attorno a lui vi era un crocchio di bambini, che lo osservavano impauriti. Ad occhio non avevano più di dieci anni, ma erano già molto alti. I loro volti erano caratterizzati da fronte ampia, di poco sfuggente, occhi grandi e intelligenti, e sotto di questi delle labbra carnose rivolte all’infuori.

“Bambini, per favore, aiutatemi!”

I piccoli arretrarono. Confabulavano tra loro in una lingua sconosciuta, fatta di schiocchi e piccoli tic. L’oggetto della conversazione non poteva essere altri che Jean.

“Che cavolo state facendo? Liberatemi, forza!”

Jean agitandosi scosse il tronco a cui era attaccato, facendolo oscillare. I bambini fuggirono via impauriti. Guardandosi attorno, capì di trovarsi in un villaggio tribale. Già villaggio era una parola grossa, poiché di capanne ve ne erano sei o sette, quante ne bastavano per la sistemazione di due famiglie. Jean da quel poco che sapeva degli indigeni contava per certo che avessero delle famiglie molto allargate. Niente di più facile che quei bambini fossero tutti fratelli e sorelle. Gli strepitii di questi ultimi attirarono l’attenzione degli adulti. Da una capanna uscì un uomo alto, che in vita era coperto da un panneggio ricavato da una pelle di leopardo. Dietro di lui, gli uomini usciti malconci dallo scontro della mattina. Jean riconobbe subito l’uomo con il labbro spaccato, il primo che aveva attaccato. Quello era anche l’unico di cui si ricordava con lucidità. Gli altri si confondevano nel turbinio di aggressività che si era momentaneamente impadronito di lui. Uno di questi aveva lo zaino, da cui faceva capolino il fucile. Lo estrasse, e lo porse a quello che senza dubbio era il capo del villaggio. L’occhio di Jean si spostò di nuovo all’entrata della capanna, quando vide un corpo meno scuro degli altri, sballottato con violenza all’esterno.

“Nadia!”

“Jean! Mio Dio, come stai?” Nadia fu zittita da uno schiaffo. Era abbastanza violento da costringerla a piangere. Jean, legato al palo, ribolliva di rabbia. King, ridestatosi dal sonno forzato, tendeva la corda con cui era stato assicurato a una capanna. Per quanto si agitasse e saltasse da una parte all’altra, questa teneva ostinatamente. Il capo del villaggio, stringendo nel pugno il fucile, si avvicinò al ragazzo.

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